Avanti c’è posto (per tutta l’Africa…)

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Reggio Calabria, 31 ott. (LaPresse) – Con la nave Sfinge della marina militare sono arrivati al porto di Reggio Calabria 250 immigrati di diverse nazionalità. Gli immigrati sono stati soccorsi nel Canale di Sicilia e viaggiavano a bordo di un mercantile che li ha portati in salvo. Si tratta di 157 uomini, 51 minori e 42 donne, della quali 3 incinte. Gli immigrati erano in buone condizioni di salute. Oltre al supporto medico si è proceduto con le operazioni di identificazione dei migranti. Le indagini proseguono alla ricerca degli scafisti. Solo 130 immigrati rimarranno in Calabria. La prefettura di Reggio Calabria, nel pomeriggio di ieri, aveva attivato le procedure per il primo soccorso e predisposto un piano di accoglienza, con i rappresentanti del comune capoluogo della provincia, delle forze di polizia, della capitaneria di porto, dei vigili del fuoco, della direzione marittima della Calabria e della Basilicata, del Suem, dell’azienda sanitaria provinciale, dell’azienda ospedaliera, delle associazioni di volontariato, della protezione civile provinciale e comunale, dell’ufficio sanità marittima aerea e di frontiera e della Croce rossa.
Con tutta probabilità si tratta di uno degli ultimi sbarchi.
Considerato che l’operazione:
“Mare Nostrum è agli sgoccioli”
Credo  che da Novembre in poi
“NON CAMBIERA’ UNA MAZZA”
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15 mila combattenti stranieri arruolati all’ISIS

 

Isis, allarme dell’Onu:

«15 mila combattenti stranieri arruolati fra i terroristi»

Un numero di combattenti stranieri «senza precedenti» che si sono uniti alla jihad, da paesi che non avevano mai fornito “manodopera” al terrorismo islamico.
È l’allarme lanciato dall’Onu in un rapporto di cui il quotidiano britannico Guardian ha avuto un’anticipazione. Sono «15.000» i “foreign fighters” partiti alla volta della Siria e dell’Iraq per combattere accanto all’Isis o ad altri gruppi estremisti.
Provengono da 80 paesi diversi, di cui l’Onu non fornisce una lista dettagliata, limitandosi a nominare solo i luoghi che mai prima di oggi erano stati patria di futuri jihadisti: Maldive, Cile, Norvegia. «Dal 2010 a oggi sono partiti più foreign fighters di quanti non ne siano partiti nel ventennio 1990-2010. E stanno aumentando», è scritto nel rapporto.I peshmerga entrati a Kobane, piovono bombe di Assad sugli sfollati. Il massacro documentato di decine di civili siriani, sfollati nel nord-est del Paese, addossati con le loro famiglie a ridosso del confine turco e nelle ultime ore uccisi da barili-bomba dell’aviazione del regime di Damasco, è rimasto sullo sfondo delle notizie sull’ingresso ieri di un primo gruppo di miliziani curdo-iracheni a Kobane/Ayn Arab, la cittadina siriana alla frontiera con la Turchia e assediata dai jihadisti dello Stato islamico (Isis).
IM1im2im3imagesIPF6MBVLimagesJ8ZV2LLMimagesJYFC15EWimagesMANAA737imagesNWJ58OSXimagesIIYAZTPOimages8PDA0K5Aimages0BPX1TG8images9LR5GKE1imagesBDPBZKLLimagesFDUUJPMSimagesIH2CPJRYimagesO33MNCW0imagesO7RBUV0AimagesON0N88PQimagesP0FVKXV3images7FL3ZXMDimages175AWUP8imagesDUEIH92Eimages7AU1FLTWimagesDYKNBM16imagesEGV6L785imagesEASYMXZHimagesEKVDCNAOimages810Z2A9FimagesCPVP6AJGimagesAKUSZ62BimagesBBID8T4Fimages0GL3VFQDimagesADXDMCKVimagesG53X9VLEimages3FTFQ8UXimagesS47CCUD2imagesR4YJFINYimagesYLO51GREimagesVVS4RQLNqqweeimagesV09PRJPBimagesXJK11HQTimagesVSIDB553imagesXXU71HZVimagesW42VLU0WimagesXLK1FPXIimagesQBL4A3PXimagesQJS5NKVQimages5NSB3CLEimages5W9M4CN2images3TGCJS3Simages1GF372T7images2IOARQ11images58L0G25Q
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( che belle famigliola…)

Poesia di Cesare Pavese “Lo Steddazzu”

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Lo steddazzu

L’uomo solo si leva che il mare e ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
e spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Gentiloni nuovo Ministro degli Esteri :Nulla di nuovo un altro “passa carte renziano” .

Sarà Paolo Gentiloni il ministro degli esteri

Sarà Paolo Gentiloni il ministro degli esteri  Il nome del nuovo ministro degli esteri, in sostituzione di Federica Mogherini, è quello di Paolo Gentiloni.Renziano di ferro, Gentiloni è fra i più importanti dirigenti e parlamentari del Pd.Il suo nome è venuto fuori dopo che Napolitano aveva espresso riserve su Lia Quartapelle e Marina Sereni, mentre Renzi non era favorevole alla scelta di Lapo Pistelli.L’ufficializzazione della nomina ci sarà questo pomeriggio.

Paolo Gentiloni Silveri (Roma, 22 novembre 1954) è un politico italiano, Ministro degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale dal 31 ottobre 2014.

Biografia

Discendente della famiglia dei conti Gentiloni Silverj, non imparentata con Vincenzo Ottorino Gentiloni (noto per l’omonimo Patto), gli spettano i titoli di Nobile di Filottrano, Nobile di Cingoli e Nobile di Macerata. Si è laureato in scienze politiche, ha militato nel Partito di Unità Proletaria per il comunismo e ha lavorato come giornalista dirigendo il mensile La Nuova ecologia, testata legata a Legambiente, movimento ambientalista a cui è stato iscritto. Portavoce di Francesco Rutelli negli anni in cui il presidente de La Margherita era sindaco di Roma, nella capitale Gentiloni è stato assessore al Giubileo e al Turismo.Al termine delle elezioni politiche del 2001 Gentiloni è stato eletto deputato per la Margherita. Nella XIV legislatura ha inizialmente fatto parte della IX commissione (trasporti, poste e telecomunicazioni) per poi passare a quella relativa ai servizi radiotelevisivi, di cui è stato presidente dal 2005.Responsabile della comunicazione della Margherita e organizzatore delle campagne elettorali dello stesso partito, dopo le consultazioni politiche del 2006 ha confermato il suo seggio alla Camera e in seguito è stato nominato da Romano Prodi ministro delle Comunicazioni nel suo secondo governo.Nel 2007 è stato uno dei 45 membri del Comitato Promotore nazionale del Partito Democratico.Presidente del Forum Commercio del Partito Democratico dal 2009 dal Neo Segretario Pierluigi Bersani in rappresentanza della mozione Franceschini.Il 5 dicembre 2012, si è candidato alle primarie del centrosinistra come Sindaco di Roma. Arriva terzo con il 15% dei consensi superato dal Capogruppo del PD all’Europarlamento David Sassoli al 26% e il vincitore, il Senatore ed ex candidato Segretario del PD nel 2009 Ignazio Marino al 55%.Nel 2014 sostiene la scalata di Matteo Renzi al governo.Il 31 ottobre 2014 viene designato come Ministro degli Affari Esteri del Governo Renzi.

La tattica di Matteuccio con quelli che hanno la sveglia al collo ..

RENZI DUE  Chi gioca sull’AMBIGUITA’ prima o poi PERDE di brutto e  prede sputi in faccia.

images3IKL4ZV410639686_10203301372227677_2454586514751242979_nimages6HNH8GACimagesSZJ41S5HimagesCW1F1CG8imagesDPGDA1HOimagesJK3J0G35imagesMVRN0VA2imagesO3ZBIUJGimagesO9QK7EI2imagesWUSNMFY8imagesTUH1L3G1riforme-vignetta_penelopetimthumb.jpgttimagesAES8CC2Qm1-img20140130470451zcVYnplgPUyi3A5zQbjlXrdnM7XLWr0c9lJmWTTMhuE=--imagesPL7V1VMWimagesSZJ41S5H  Non si riesce  a definire  la vera natura di RENZI (parla, parla, parla e ancora parla ,fino a sfragnarci i coglioni e romperci i timpani. Poi non conclude nulla fino a  farci esplodere i coglioni per rabbia e incazzamenti vari, seguiti da bastonate  e tasse  , gabelle da cravattari.

Il Presidente del Consiglio (per volontà del Colle e delle Casta pappona di sinistra. Non certamente del Popolo che per prenderci per il culo ci aggiungono “Sovrano”),sta giocando  bene su questa ambiguidà che a me fa rodere tanto il culo…,ma stia attento :nello  spettacolo  l’ambiguità (come quella di Grillo & Casaleggio, altro male oscuro per l’Italia) può creare  curiosità  e perfino  successo,in politica ,dove tocchi  gli interessi  di tutti, verrai STRONCATO  ( ma hai già dato molto  alla Casta e a quello che ti guida dietro le quinte ,che non è certamente il  Berlusca)POteri occultianche, se la politica  per la sua  cronica  lentezza  ti permetterà di gestirti  per un pò di tempo ,per affamare ancora a tutti NOI , far venire in Italia  quasi tutta l’Africa, compresa l’Ebola e L’ISIS  che  prima ci  inculeranno ,poi ci taglieranno la testa, mettendo prima la Bandiera Nera sopra al Cuppolone di San Pietro, poi sul Colle. Ma  anche tu “SARAI ESPULSO DALLA TAZZA DEL  CESSO CON UNA TIRATA DELLO SCIACQUONE…” 453px-L'agguato_nel_cesso  

Il giuramento di Pontida.

Un’altra poesia che caratterizza il Romanticismo italiano, strettamente legato all’età risorgimentale, è Il giuramento di Pontida di Giovanni Berchet. Un’altra celebre lirica, tornata negli ultimi decenni alla ribalta, suo malgrado, come inno della Lega Nord.


Giovanni Berchet (Milano 1783 – Torino 1851) fu poeta, critico e traduttore. Nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, pubblicata nel 1816, avviò, assieme a Borsieri e Di Breme, la battaglia romantica, proseguita sul Il Conciliatore, a favore di una poesia accessibile a un pubblico ampio, identificato nella borghesia considerata la classe sociale dotata della cultura sufficiente per apprezzare gli scritti del tempo.
Partecipò attivamente al Risorgimento italiano, aderendo alla Carboneria ma nel 1821, per evitare l’arresto, fu costretto a fuggire, visitando parecchi paesi europei. Ritornò in patria nel 1845 e a Milano nel 1848 fu membro del Governo provvisorio, in seguito all’insurrezione popolare delle 5 giornate. Si stabilì, quindi, a Torino dove morì.

Il giuramento di Pontida fa parte delle Fantasie, una lunga romanza, divisa in cinque parti, di argomento storico-patriottico. L’opera di Berchet rompe con la tradizione creando un modello epico-lirico, dal ritmo concitato e popolare, assai imitato dai poeti civili del Risorgimento. Lo stile mescola il decoro classicistico con modi e lessico attinti dal linguaggio popolare, presentando un ritmo acceso che ben si concilia con il vigoroso entusiasmo civile che caratterizza i versi.

La pagina di storia che Berchet recupera, al fine di proporne l’esemplarità, è medievale: siamo nel XII secolo, all’epoca di Federico Barbarossa. Il giuramento di Pontida rievoca l’alleanza stretta tra i Comuni lombardi contro il Sacro Romano Impero di Federico, sancita il 7 aprile 1167 presso l’abbazia di Pontida, e formata da Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma. Il 1 dicembre 1167 venne allargata tramite l’alleanza con la Lega Veronese ed altri Comuni, che portò nella Lega ben 26 (in seguito 30) città dell’Italia settentrionale, tra cui Crema, Cremona, Mantova, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Bologna, Padova, Reggio nell’Emilia, Treviso, Venezia, Vicenza, Verona, Lodi, e Parma e che venne detta Concordia.
La Lega godeva del supporto di Papa Alessandro III, anch’egli desideroso di veder declinare il potere imperiale in Italia. Il papa, infatti, aveva tutte le ragioni di temere Federico in quanto la spedizione che l’imperatore stava preparando era in parte rivolta contro di lui e Alessandro III si aspettava di vedere ben presto l’esercito imperiale comparire sotto le mura di Roma. Era necessario, dunque, fermare l’avanzata germanica. La città di Alessandria, fondata in Piemonte dalla Lega Lombarda, prese il suo nome proprio dal Pontefice e nacque come fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato, alleato del Barbarossa.

Ma perché mai Berchet si sofferma proprio su questo episodio della storia medievale per spronare i suoi contemporanei alla ribellione contro l’oppressione austriaca? Non dobbiamo dimenticare che il Romanticismo aveva recuperato il Medioevo come età storica esemplare. Consideriamo che si era inaugurato il filone storico con il romanzo di Walter Scott Ivanhoe ambientato in Inghilterra intorno al 1194. A favorire la diffusione del romanzo di carattere storico in Italia fu indubbiamente il grande valore dei Promessi sposi, ma soprattutto le caratteristiche della situazione politica italiana che spronava i romanzieri a farsi portavoce delle vicende storiche dell’Italia che si erano susseguite dal Medioevo al Risorgimento, riportando esempi eroici di libertà e di resistenza all’oppressione dello straniero. Se Manzoni scelse per il suo capolavoro un’ambientazione risalente al XVII secolo, per le tragedie preferì, invece, attenersi al modello di Scott: nacquero, così, Il conte di Carmagnola e l’Adelchi, entrambe di ambientazione medievale. Stesse scelte operarono altri scrittori: tra i romanzi storici successivi ebbe, ad esempio, un particolare successo il Marco Visconti (1834) che Tommaso Grossi scrisse sull’esempio manzoniano ma svolgendo ampiamente temi cavallereschi e pittoreschi legati al Medioevo di maniera.

Dal punto di vista metrico, Il giuramento di Pontida è scritto in settenari ed endecasillabi.

L’han giurato gli ho visti in Pontida
convenuti dal monte e dal piano.
L’han giurato e si strinser la mano
cittadini di venti città
Oh spettacol di gioia! I Lombardi
son concordi, serrati a una Lega.
Lo straniero al pennon ch’ella spiega
col suo sangue la tinta darà.

Fin dall’inizio colpisce la reiterazione di quel L’han giurato che scandisce con forza elementare il racconto epico. La Lega che unisce venti città suscita un’enfasi di giubilo da parte del poeta che vuole trascinare il lettore verso l’epilogo sperato: il pennone, lo stendardo della Lega, presto sarà tinto di rosso con il sangue dello straniero.

Più sul cener dell’arso abituro
la lombarda scorata non siede.
Ella è sorta. Una patria ella chiede
ai fratelli, al marito guerrier.
L’han giurato. Voi donne frugali,
rispettate, contente agli sposi,
voi che i figli non guardan dubbiosi,
voi ne’ forti spiraste il voler
.

Nei primi due versi c’è il palese riferimento alle punizioni che Barbarossa infliggeva ai Comuni ribelli: Milano, ad esempio, fu bruciata nel 1162. Ma ormai la popolazione è insorta e, attraverso l’unione, rivendica il diritto ad una Patria. E questa risolutezza deriva ai mariti e ai fratelli guerrieri dalle donne: modeste, onorate, fedeli agli sposi, guida sicura per i figli fiduciosi e ispiratrici dell’amor patrio agli uomini forti, pronti a combattere per la libertà dal giogo straniero. In questi versi prende forma il modello ideale della donna ottocentesca: sorella, sposa, madre di eroi, ispiratrice dei grandi ideali di Dio, Patria e famiglia.

Perché ignoti che qui non han padri
qui staran come in proprio retaggio?
Una terra, un costume, un linguaggio
Dio lor anco non diede a fruir?
La sua patria a ciascun fu divisa.
È tal dono che basta per lui.
Maledetto chi usurpa l’altrui,
chi il suo dono si lascia rapir
!

Il poeta si chiede perché degli uomini ignoti, stranieri, che non possono vantare né discendenza né eredità, debbano appropriarsi di una terra non loro. Secondo il dottrinarismo liberale ottocentesco, la Nazione si distingue per aver avuto in dono, direttamente per volontà divina, la terra, i costumi e la lingua. Chi usurpa ciò che non gli appartiene non ha, tuttavia, meno colpe di chi permette che altri si approprino del dono che hanno ricevuto. Questa “maledizione” ha lo scopo di smuovere le coscienze e far sì che gli Italiani possano combattere uniti contro lo straniero per recuperare ciò che in modo illegittimo gli è stato sottratto.

Su, Lombardi! Ogni vostro Comune
ha una torre, ogni torre una squilla:
suoni a stormo. Chi ha un feudo una villa
co’ suoi venga al Comun ch’ei giurò
Ora il dado è gettato. Se alcuno
di dubbiezze ancora parla prudente,
se in suo cor la vittoria non sente,
in suo cuore a tradirvi pensò
.

Ecco che il richiamo si fa esplicito: Su, Lombardi è giunto il momento di reagire. In ogni Comune la campana faccia sentire i suoi rintocchi e tutti gli abitanti dei feudi si rechino nel Comune cui hanno giurato fedeltà. Ora il dado è gettato, chiara eco di quel Alea iacta est di cesariana memoria; non si può tornare indietro né si possono nutrire dubbi. L’accenno a qualche possibile ripensamento esprime efficacemente il clima di sospetto e di timore che caratterizzava gli ambienti del patriottismo clandestino dell’epoca. Il tradimento era sempre possibile ma era nello stesso tempo un rischio che bisognava correre.

Federigo? Egli è un uom come voi.
Come il vostro è di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
come voi veston carne mortal.
– Ma son mille più mila – Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono,
quanto il braccio di questi non val
?

L’imperatore, nominato in questo passo per la prima volta, è un uomo come tanti altri, nel pugno stringe una spada di ferro esattamente come i Lombardi pronti a fronteggiarlo e i suoi soldati sono fatti di carne ed ossa proprio come qualsiasi mortale. Il numero dei nemici non deve spaventare perché anche le madri lombarde hanno tanti figli e hanno trasmesso, nel partorirli, la forza di cui sono dotate al pari delle madri tedesche. In questo passo è evidente che Berchet usi argomenti incoraggianti per spronare un popolo indebolito dalla servitù e dalla scarsa fiducia in se stesso.

Su! Nell’irto increscioso Alemanno,
su, lombardi, puntate la spada:
fare vostra la vostra contrada
questa bella che il ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell’ora dei rischi è codardo,
più da voi non isperi uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì
.

Anche in quest’altra ottava il poeta cerca di infondere coraggio negli uomini affinché essi, puntando la spada nell’ispido e selvaggio (aggettivi che denotano perlopiù il carattere morale del popolo tedesco, aspro e ostile) petto dei tedeschi, si riprendano quella terra che Dio ha concesso loro, altrimenti non sperino nemmeno di poter conquistare il cuore delle donne. Esse, infatti, devono premiare la virtù e castigare la viltà dei loro uomini.

Presto, all’armi! Chi ha un ferro l’affili;
chi un sopruso patì sel ricordi.
Via da noi questo branco d’ingordi!
Giù l’orgoglio del fulvo lor sir
Libertà non fallisce ai volenti,
ma il sentier de’ perigli ell’addita;
ma promessa a chi ponvi la vita
non è premio d’inerte desir
.

In quest’altra strofa si ribadisce lo stesso concetto: le armi devono essere affilate, pronte a fronteggiare l’invasore che, senza freno, ha tolto al popolo ciò che era loro. Per incitare con più forza i suoi concittadini, Berchet, attraverso l’esempio del Lombardi alleati, li invita a ricordare dei soprusi subiti. La libertà non viene meno a chi la desidera; tuttavia essa addita un percorso pieno di pericoli, concedendosi solo a chi è disposto a morire per lei perché non può essere offerta in premio per gli ignavi e i velleitari.

Gusti anch’ei la sventura, e sospiri
l’Alemanno i paterni suoi fochi;
ma sia invan che il ritorno egli invochi,
ma qui sconti dolor per dolor.
Questa terra ch’ei calca insolente,
questa terra ei morda caduto;
a lei volga l’estremo saluto,
e sia il lagno dell’uomo che muor
.

Nell’epilogo della poesia, l’autore trascina il lettore nell’immaginazione della vittoria sullo straniero: il tedesco sofferente sospiri pensando al suo focolare domestico ma invochi il ritorno invano perché deve provare lo stesso dolore che ha cagionato alle popolazioni sottomesse. L’insolenza con cui ha calpestato un suolo non suo possa farlo cadere definitivamente e, morente, rivolga l’ultimo saluto e l’estremo sospiro alla Patria perduta.
In questi ultimi versi Berchet sfiora, nell’incitazione alla lotta, un inconscio sentimento di crudeltà che si discosta dalla visione tipicamente romantica rivolta al culto della Fede. Non c’è, come in Manzoni, quel provvidenzialismo che, attraverso la sofferenza, porta alla soddisfazione finale del desiderio. Il nemico, prima visto in tutta la sua umanità (vedi seconda strofa), qui assume quasi la connotazione della vittima, ma egli è soprattutto vittima di quella violenza che lui stesso ha generato.

 

Poesie di Guerra di Giuseppe Ungaretti (Guerra 15 -18)

«Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, nel Porto sepolto, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole». (Giuseppe Ungaretti in L’allegria pag. 520 – 521).

VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

Il poeta ha accanto un soldato morto, con le mani congelate e la bocca digrignante volta verso la luce della luna. Nonostante questa situazione penosa e terrificante, il poeta scrive una lettera d’amore, attaccato alla vita come non mai. Nella drammaticità della situazione, percepisce solo la propria volontà di vivere, che prevale su tutto. Anche questa consuetudine con la tragedia induce una riflessione sull’umanità/disumanità della situazione.

SONO UNA CREATURA
Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916

Come questa pietra
Del S. Michele
Così fredda
Così dura
Così prosciugata
Così refrattaria
Così totalmente
Disanimata

Come questa pietra
È il mio pianto
Che non si vede

La morte
Si sconta
Vivendo.

Il poeta paragona sé alla dura e fredda pietra del monte S. Michele. Come la roccia del monte è prosciugata e senz’anima così il pianto del poeta stenta a trovare sfogo nelle lacrime. Ecco il commento di F. Puccio:

«La forza interiore e la calda umanità di un uomo che dinnanzi alle brutture della guerra non ha mai smesso di amare e di vivere in sé il dolore altrui; la storia di un uomo che ha assimilato sul corpo e sullo spirito le forme del paesaggio carsico. Un paesaggio arido, brullo, arso, impermeabile e disumanizzante che gli è rimasto scolpito nel cuore e gli ha prosciugato anche le lagrime per piangere» (pag. 444-445).

SAN MARTINO SUL CARSO
Valloncello dell’albero isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto

Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato

In questa poesia il poeta esprime tutto il suo dolore per la perdita dei commilitoni e lo strazio per la rovina di cui è testimone. A ogni assenza, a ogni voragine procurata dai combattimenti, corrisponde una ciccatrice indelebile nel suo cuore.

GIROVAGO
Campo di Mailly maggio 1918

In nessuna
Parte
Di terra
Mi posso
Accasare

A ogni
Nuovo
Clima
Che incontro
Mi trovo
Languente
Che
Una volta
Già gli ero stato
Assuefatto

E me ne stacco sempre
Straniero

Nascendo
Tornato da epoche troppo
Vissute

Godere un solo
Minuto di vita
Iniziale
Cerco un paese
Innocente

In questa poesia Ungaretti esprime tutta l’ansia di trovare un paese che non abbia visto la distruzione e vissuto il dolore. Ha visitato diversi luoghi ma in nessuno di essi si è più sentito a casa propria. Dopo aver respirato climi diversi, si ritrova sempre insofferente e nostalgico per l’impossibilità di ambientarsi. Lui, reduce come di epoche lontane, cerca la vita di “prima” che ricorda in origine «innocente», nel senso di “non in grado di nuocere”, ovvero di non aver conosciuto uno stato di belligeranza che ha interessato tutto il mondo. Anche un solo minuto, in un paese che non abbia commesso il peccato della guerra.

Il poeta stesso ci fornisce un’interpretazione personale di questa lirica.

«Girovago. Questa poesia composta in Francia dov’ero stato trasferito con il mio reggimento, insiste sull’emozione che provo quando ho coscienza di non appartenere a un particolare luogo o tempo. Indica anche un altro dei miei temi, quello dell’innocenza, della quale l’uomo invano cerca traccia in sé o negli altri sulla terra.» (da Vita d’un uomo pagina 526).

SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
D’autunno
Sugli alberi
Le foglie.

In questi brevi versi è espressa tutta la precarietà e l’attesa del soldato. La foglia sul ramo decimato, fragile e indebolita nel vento d’autunno che la minaccia, attende, caduca, vulnerabile come il soldato, dopo una lunga stagione di guerra. 

Fratelli d’Italia…

Fratelli d’Italia

Dobbiamo alla città di Genova Il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli. Scritto nell’autunno del 1847 dall’allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l’Austria.

L’immediatezza dei versi e l’impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell’unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani – e non alla Marcia Reale – il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese.

Fu quasi naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l’Inno di Mameli divenisse l’inno nazionale della Repubblica Italiana.

ritratto di MameliIl poeta

Goffredo Mameli dei Mannelli nasce a Genova il 5 settembre 1827 (figlio di Adele – o Adelaide – Zoagli, discendente di una delle più insigni famiglie aristocratiche genovesi, e di Giorgio, cagliaritano, comandante di una squadra della flotta del Regno di Sardegna). Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l’anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. D’ora in poi, la vita del poeta-soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri.

Dopo l’armistizio Salasco, torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. Nonostante la febbre, è sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena.

Muore d’infezione il 6 luglio, alle sette e mezza del mattino, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo.

Ritratto di Michele Novaroil musicista

Michele Novaro nacque il 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano.

Convinto liberale, offrì alla causa dell’indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine.

Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche dopo l’Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno.

Morì povero, il 21 ottobre 1885, e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nel cimitero di Staglieno, dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini.

 

 

 

  come nacque l’inno

La testimonianza più nota è quella resa, seppure molti anni più tardi, da Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli.

Siamo a Torino: “Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari – Del nuovo anno già l’alba primiera – al recentissimo del piemontese Bertoldi – Coll’azzurra coccarda sul petto – musicata dal Rossi.

In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l’egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: – To’ gli disse; te lo manda Goffredo. – Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. – Una cosa stupenda! – esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio. – Io sentii – mi diceva il Maestro nell’aprile del ’75, avendogli io chiesto notizie dell’Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli – io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.

Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.

Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia.” 

Il testo dell’Inno nazionale

Ritratto di Scipione

La cultura di Mameli è classica e forte è il richiamo alla romanità. È di Scipione l’Africano, il vincitore di Zama, l’elmo che indossa l’Italia pronta alla guerra

La bandiera italiana

Una bandiera e una speranza (speme) comuni per l’Italia, nel 1848 ancora divisa in sette Stati

La battaglia di Legnano

In questa strofa, Mameli ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto,la battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa. Poi, l’estrema difesa della Repubblica di Firenze, assediata dall’esercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il capitano Francesco Ferrucci. Il 2 agosto, dieci giorni prima della capitolazione della città, egli sconfisse le truppe nemiche a Gavinana; ferito e catturato, viene finito da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo straniero, al quale rivolge le parole d’infamia divenute celebri “Tu uccidi un uomo morto”

I Vespri sicilani

Ogni squilla significa “ogni campana”. E la sera del 30 marzo 1282, tutte le campane chiamarono il popolo di Palermo all’insurrezione contro i Francesi di Carlo d’Angiò, i Vespri Siciliani.

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di
Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la
Vittoria
?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai
Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è
Legnano,
Ogn’uom di
Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman
Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I
Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’
Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò

rappresentazione della Vittoria

La Vittoria si offre alla nuova Italia e a Roma, di cui la dea fu schiava per volere divino. La Patria chiama alle armi: la coorte, infatti, era la decima parte della legione romana

Giuseppe Mazzini

Mazziniano e repubblicano, Mameli traduce qui il disegno politico del creatore della Giovine Italia e della Giovine Europa. “Per Dio” è un francesismo, che vale come “attraverso Dio”, “da Dio”

Balilla

Sebbene non accertata storicamente, la figura di Balilla rappresenta il simbolo della rivolta popolare di Genova contro la coalizione austro-piemontese. Dopo cinque giorni di lotta, il 10 dicembre 1746 la città è finalmente libera dalle truppe austriache che l’avevano occupata e vessata per diversi mesi

Stemma asburgico

L’Austria era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) e Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu in origine censurata dal governo piemontese. Insieme con la Russia (il cosacco), l’Austria aveva crudelmente smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila d’Asburgo.

Poesie patriote italiane

Luigi Mercantini (Ripatransone, Ascoli Piceno 1821 – Palermo 1872) poeta e patriota fu attivamente impegnato nei moti risorgimentali e scrisse liriche patriottiche di facile intonazione e popolareggiante. Ricordiamo la celebre Spigolatrice di Sapri (1857), sulla spedizione di C. Pisacane

(Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.)

e la Canzone Italiana conosciuta anche come Inno di Garibaldi musicata da A. Olivieri (1859)

(Si scopron le tombe, si levano i morti
i martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
la fiamma ed il nome d’Italia nel cor:
corriamo, corriamo! Sù, giovani schiere,
sù al vento per tutto le nostre bandiere
Sù tutti col ferro, sù tutti col foco,
sù tutti col nome d’Italia nel cor.)

Le sue opere sono raccolte nei sui Canti pubblicati usciti nel 1864, e in versione completa, postumi, nel 1885.

Goffredo Mameli (Genova 1827 – Roma 1849) mazziniano combattè alle cinque giornate di Milano e nel ’49 con Garibaldi alla difesa di Roma. La raccolta delle sue poesie, pubblicata postuma nel 1850 contiene i suoi componimenti patriottici come Fratelli d’Italia (1847) divenuto nel 1946 il nostro inno nazionale.

(Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.)

Altrettanto celebre negli anni risorgimentali fu l’Inno militare musicato da Giuseppe Verdi (1848)

(Suona la tromba, ondeggiano
Le insegne gialle e nere
Fuoco, per Dio, sui barbari,
Sulle vendute schiere.
Già ferve la battaglia,
Al Dio dei forti osanna:
Le baionette in canna!)

Giovanni Berchet (Milano 1783 – Torino 1851) membro attivo delle sette segrete dopo il 1821 dovette riparare in Francia, Inghilerra e Belgio dove compose le sue opere più famose. Rientrato in Italia nel 1846 si stabilì dapprima in Toscana poi a Milano ed infine a Torino.
Tra le sue opere risorgimentali ricordiamo I Profughi di Parga in cui rievoca i cittadini della città albanese esuli dopo che gli inglesi, nel 1819 la cedettero ai Turchi.

(Chi è quel greco che guarda e sospira,
là seduto nel basso del lido?
par che fissi rimpetto a Corcira
qualche terra lontana nel mar.)

Le Romanze ispirate alla triste condizione Italiana asservita allo straniero.

(Sotto i pioppi della Dora
Dove l’onda è più romita,
Ogni dì, su l’ultim’ora,
S’ode un suono di dolor. ?
È Clarina, a cui la vita
Rodon l’ansie dell’amor.)

Le Fantasie, cinque romanze, che rievocano in sogno i gloriosi momenti del medioevo quando i Comuni lottavano per la Libertà contro l’imperatore.

(Per entro i fitti popoli;
Lungo i deserti calli;
Sul monte aspro di gieli;
Nelle inverdite valli;
Infra le nebbie assidue;
Sotto gli azzurri cieli;
Dove che venga, l’Esule
Sempre ha la patria in cor.)

Giacomo Leopardi (Recanati, Macerata, 1798 – Napoli 1837) maturò tra il 1816 e il 1818 una adesione al movimento romantico che in quegli anni suscitava scalpore e polemiche. Di quegli
anni ricordiamo due componimenti poetici.
All’Italia

(O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
I nostri padri antichi.)
e Sopra il monumento di Dante considerato in quegli anni ispiratore della lotta politica, e considerato “profeta del Risorgimento”4.

(Perchè le nostre genti
Pace sotto le bianche ali raccolga,
Non fien da’ lacci sciolte
Dell’antico sopor l’itale menti
S’ai patrii esempi della prisca etade
Questa terra fatal non si rivolga.)

Ugo Foscolo (Zante 1778 – Turnham Green, Londra 1827) scrittore aperto alle nuove idee libertarie e repubblicane che provenivano d’oltralpe. Nel carme Dei sepolcri egli intende eternare i valori umani civili di fronte alla devastazione del tempo.

(All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?9

Alessandro Manzoni (Milano 1785-1873) scrittore considerato il principale rappresentante del romanticismo letterario movimento in cui è forte la sensibilità per i concetti di popolo e nazione. E’ l’autore dell’ode Marzo 1821 composta nell’attesa di un intervento dell’esercito Sabaudo durante i moti del 1821 (ma pubblicato solo nel 1848) e nella speranza di essere liberati dal giogo straniero.

(Soffermati sull’arida sponda
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell?antica virtù,
Han giurato: non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!)

Dopo,le tasse il non lavoro,la fame e anche le BOTTE ..

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NON MI PIACE QUESTA VIOLENZA SUI NON VIOLENTI E PADRI DI FAMIGLIA CHE CHIEDONO DI NON FAR CHIUDERE LA FABBRICA.NON MI PIACE CHI VIENE PICCHIATO CHE SI DIFENDE SOLTANTO CON LA VOCE. NON ERANO DEI CENTRI SOCIALI O ANARCHICI CHE SPACCANO SEMPRE TUTTO. MA INERMI OPERAI ,LAVORATORI CHE HANNO PAURA DI PERDERE IL PROPRIO LAVORO E VEDERSI LA FAMIGLIA  SOTTO I PONTI.  imagesMPLZZN9EIL MINISTRO DEL’INTERNO SI DEVE DIMETTERE NON E’ DEGNO DI QUESTO INCARICO. QUESTO NON E’ UN GOVERNO PER IL CITTADINO PER BENE  FATTO DI LAVORATORI E PENSIONATI:”QUESTO E’ UN PARTITO CHE STA’ CON LE BANCHE E GLI IMPRENDITORI,  NON CERTAMENTE CON IL POPOLO”.QUESTI PERSONAGGI DEVONO ANDARE A CASA  . ABBIAMO BISOGNO DI VOTARE. SE NON CI FANNO VOTARE QUESTO PAESE  E’ SOTTO DITTATURA E NON  IN “DEMOCRAZIA”.imagesHPUD6IEQPENSAVAMO CHE IL M5S ERA CON IL POPOLO ,MA LORO NON SANNO NEMMENO PER CHI SONO,UNA COSA E’ CERTA PRENDONO UN BUON STIPENDIO E VOGLIONO RIMANERE A FAR SOLO TANTO CACIARA INUTILE E NON SI PRONUNCIANO MAI DI NULLA.CON L’APRI SCATOLE CHE SI APRINO I CERVELLI PER CAMBIARSELI  DI MIGLIORI E SENTIRE IL POPOLO E NON  SOLTANTO LA LORO RETE E MANDARE AFFANCULO GRILLO,UN’ALTRO MALE OSCURO ITALIANO…

ITALIA RISORGI – ITALIANO SVEGLIATI E RIPRENDITI I TUOI DIRITTI DI UNA NAZIONE CHE DICONO DEMOCRATICA E CIVILE..

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AGLI ITALIANI QUESTI GOVERNI MONTI, LETTA,E ORA IL PIU’PEGGIORE DEI DUE, IL GOVERNO  DI RENZI DETTO “L’ASSOLUTO”.TRE GOVERNI “SPADELLATI A TAVOLINO  DAI CATTOCOMUNISTI   SOPRA IL TAVONO DEL COLLE…. QUESTI GOVERNI INETTI E SOTTO LE GRINFIE DELLA MERKEL” GLI HANNO TOLTO  LA DIGNITA’ E LA VOGLIA DI CONTINUARE A VIVERE,PERCHE’ SI VIVE E SI STENTA SOLTANTO PER PAGARE LA VITA BELLA DELLA CASTA CHE ARROGANTEMENTE SE NE FREGA DEL POPOLO ,PERCHE’ IL POPOLO SI E’ FATTO PECORA E  MUCCA DA MUNGERE.NON HA PIU’ NE PRESENTE E NE PASSATO SIA PER LORO CHE PER I PROPRI FIGLI E NIPOTI. I POVERI PENSIONATI DA 1000 ERURO IN GIU’ AL MESE,ORMAI NON SI CURANO PIU’ E MANGIANO POCHISSIMO PER AIUTARE LE FAMIGLIE DEI PROPRI FIGLI,SE SI ASSENTANO DA CASA  FIGURE LOSCHE  ORGANIZZATE ,GLI SI APPROPRIANO DELLA CASA E DI QUELLO CHE C’E DENTRO,PERFINO I RICORDI DI UNA VITA.  LE AUTORITA’  CHIUDONO UN OCCHIO E NONN TUTELANO IL CITTADINO .QUESTI ANZIANI HANNO LAVORATO UNA VITA ,HANNO CONTRIBUITO A FARE L’ITALIA DEL DOPO GUERRA E ORA STANO MORENDO DI STENTI,MOLTI GIA SONO TERRA PER CECI.. CHI STA’ BENE  SONO GLI IMMIGRATI E ZINGARI CHE ROSICHIANO  TUTTO CIO’  CHE E’ NOSTRO CON AVIDITA’ E ARROGANZA. AIUTATI DALLE DAME DI CARITA’ COME LA BOLDRINI  E LA KYENGE CON L’AIUTO APPASSIONATO DI PAPA FRANCESCO E TUTTE LE COPERATIVE ROSSE  CHE STANNO GUADAGNANDO  INVENTANDOSI IL LAVORO  DEI PRO-IMMIGRATI DA ACCUDIRE.. POI QUANDO I LAVORATORI  FANNO  CORTEI, VENGONO  MANGANELLATI DALLE FORZE DELL’ORDINE .GENTE COME NOI CHE STA’ SOFFRENDO  CON  DIGNITA’ LO STESSO DISAGIO SOCIALE E PRENDONO ORDINI DAL MINISTRO ALFANO “L’ISCARIOTA”.  LA CASTA CI VUOLE FAR AZZANNARE TRA DI NOI ,CON UN  GUERRA TRA POVERI DERELITTI.. APPROFITTANO PERCHE’ GLI ITALIANI NON HANNO PIU’  LA PROPRIA UNITA’.BISOGNA RECUPERARE  LA DIGNITA’  E STARE  TUTTI UNITI SIA CONTRO I POLITICI CORRORROTTI , INSENSIBILI E INETTI , SIA CONTRO  IL MALE CHE CIRCONDA LA VITA DI TUTTI I GIORNI  .BISOGNA RIAPPROPRIARSI DELLE NOSTRE CITTA’ CHE I SINDACI HANNO MESSO  IN MANO  A SBANDATI,VENDITORI ILLEGALI,FALSI POVERI,TAGLI GOLE ,STUPRATORI,VENDITORI DI MORTE,LE ZOCCOLE SIN TROVANIO IN OGNI ANGOLO,PERFINO DENTRO  CERTI PORTONI A FARSI UNA SVELTINA.. I  LADRI ABBONDANO , I ROMENI SI CUCCANO TUTTO IL NOSTRO RAME,FERMANDO PERFINO TRENI E FABBRICHE. ..LE NOSTRE CITTA’ SONO APERTE ALLA PEGIOR FECCIA INTERNAZIONALE CHE LE ALTRE NAZIONI  EUROPEE SI DISFANO PER MANDARLI A DELINGUERE IN ITALIA,NELLA VIGNA DEI FREGNOI  E GONZI ITALIANI.

GLI ITASLIANI

ITALIA RISORGI – ITALIANO SVEGLIATI TIRA FUORI I DENTI…

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La resa..

imagesYE9FY1QY La resa  dell ‘INTELLIGENZA .Non c’è più dialettica ,la politica oscilla  tra  allineamento  e insubordinazione :non c’è conflitto   sui temi  politici  tra forze avversarie (si tirano reciprocamente merdaccia dosso e si pugnalano ai fianchi) ,ma c’è ammutinamento  all’interno  degli stessi  partiti per farsi le scarpe a vicenda, sputtanando più non  posso l’altro ,l’amico e il compagno di sempre. Oppure subordinazione addirittura al leader .A Sinistra  non si fronteggiano due visioni politiche  ma due fedeltà  a priori : alla vecchia Sinistra  o al nuovo capo vincente che ora sembra Renzi ,ma domani un’altra  “pippa del Nazareno”. Se Alfano dice NO  alle copie gay  non lo fa per opporsi  a Renzi ma perché vuole  politicamente sfruttare a suo vantaggio  le aperture omofile  nel Centrodestra. (per far capire che i politici ,specialmente i nuovi politici. Se ne fottono del Popolo . 

MA L’ASSENZA PIU’ DEPRIMENTE  DI DIALETTICA  RIGUARDA  IL DIBATTITO  CIVILE  E LA CULTURA. NON TROVATE PiIU’  UNA DFISCUSSIONE  SU TEMI DI FONDO  O LETTURE CRITICHE  DEL PRESENTE,  NON AFFIORA UNA DIVERGENZA  SUL PIANO DELLE IDEE  TRA CHI DIFENDE  QUEST’EUROPA DI (……)  E DI CHI PROPONE  DI RIPARTIRE  DALLE  IDENTITA’ NAZIONALE O ANCHE LOCALI ,tra chi difende  il nuovo capitalismo  finanziario  e chi lo subordina  agli interessi  comunitari, tra chi difende  la priorità  delle famiglie e chi  s’inchina  alle copie gay e ai trans; non c’è più una polemica culturale  tra scrittori e intellettuali,  nessun  dialogo  sui valori ,perché sono tutti politicizzati se vogliono produrre  e lavorare. Come chiamate tutto  questo ?? Disfatta  dell’intelligenza .

Non si discute ,non si critica ,non si tenta di capire .L’intelligenza  si atrofizza  o finisce ai margini ,nel pensiero  laterale, confinata  agli estremi  della semi-clandestinità. Si vive  tra Capo e coda, senza  capire  quel che sta nel mezzo.