CANZONI PATRIOTTICHE ITALIANE

QUESTE 4 CANZONI,RISPECCHIANO L’ITALIA DEL 700 e 800 ANCORA  NON TUTTA CONQUISTATA MA ABBASTANZA TRAVAGLIATA.A ROMA C’ERA ANCORA IL PAPA RE E  NAPOLI ERA STATA CONQUISTATA DAI SAVOIA SCACCIANDO I BORBONI. SONO DUE CANZONI POPOLARI E POPULISTE CHE RISPECCHIANO ANCHE QUESTI TEMPI  DI ARROGANZA DEL POTERE IN UNA DEMOCRAZIA NON DEMOCRAZIA CHE SEMBRA QUASI UNA MONARCHIA CAMUFFATA  DA FALSI BUONISTI. E’ ORA CHE IL POPOLO RITORNI NUOVAMENTE UN VERO
“POPOLO SOVRANO” LE CANZONI CHE MI COMMUOVONO DI PIU’  SONO QUELLE DI AMOR PATRIO  DI GIUSEPPE GARIBALDI E DI GOFFREDO MAMELI.-
14 giugno 1800. E’ il giorno della battaglia di Marengo che oppone le truppe napoleoniche a quelle austriache e a Roma il papa-re Pio VII (interpretato da Aldo Fabrizi), l’algida regina Maria Carolina d’Austria (Marisa Fabbri), sorella della decollata Maria Antonietta, e le rispettive corti sono con il fiato sospeso. Solo poco tempo prima le orde dei francesi, giacobini senza Iddio, hanno umiliato lo Stato Pontificio, hanno sostenuto la breve stagione della Repubblica romana (1798-99) e hanno fatto morire in prigionia il predecessore Pio VI.
Ora la feroce polizia pontificia, guidata dal bieco e psicotico barone Scarpìa (Gassman) sta procedendo alla bonifica dai giacobini ancora presenti in città, ma uno dei tribuni della defunta Repubblica, Cesare Angelotti, riesce ad evadere dal carcere di Castel Sant’Angelo. 
Gli dà rifugio il pittore Mario Cavaradossi, simpatizzante della causa rivoluzionaria.
Il barone Scarpìa si mette alla ricerca del fuggiasco servendosi della cantante Floria Tosca (Vitti), amante di Cavaradossi, e facendole credere che il suo uomo la tradisca.
La donna, seguita di nascosto da Scarpìa, giunge all’abitazione di Cavaradossi per coglierlo in flagrante, ma lo trova in compagnia di Angelotti. Capito l’inganno in cui è caduta, Tosca cerca a questo punto di aiutare l’amante, ma è ormai troppo tardi.
Scarpìa giunge alla casa e scopre Angelotti, che per non essere catturato si suicida. Arresta dunque il pittore per alto tradimento condannandolo alla forca.
Il barone, invaghito di Tosca, le propone di liberare Cavaradossi a patto che lei gli si conceda. Tosca accetta in cambio del permesso per Cavaradossi di uscire dallo Stato Pontificio. Egli acconsente e ordina allora ai suoi sgherri, in presenza di Tosca, di eseguire una fucilazione simulata.
Dopo aver scritto il salvacondotto, Scarpìa viene pugnalato alla schiena da Tosca, che corre subito dal suo amante, prigioniero a Castel Sant’Angelo.
Cavaradossi viene però ucciso davvero e Floria si uccide a sua volta per la disperazione, gettandosi dagli spalti della fortezza. (it.wikipedia)
Nun je da’ retta Roma che t’hanno cojonato
‘Sto morto a pennolone è morto suicidato
Se invece poi te dicheno che un morto s’è ammazzato
Allora è segno certo che l’hanno assassinato.
Vojo cantà così, fior de prato…
Che fai, nun me risponni? Me canti ‘no stornello?
Lo vedi chi è er padrone, insorgi, pia er cortello!
Vojo canta così, fiorin fiorello…
Annamo, daje Roma! Chi se fa pecorone
Er lupo se lo magna… Abbasta uno scossone!
Vojo cantà – vabbè – fior de limone…
E’ inutile che provochi, a me nun me ce freghi
La gatta presciolosa fece li fiji ciechi
Sei troppo sbarajone, co’ te nun me ce metto
Io batto n’artra strada, io c’ho pazienza, aspetto…Vojo canta così, fior de rughetto…

“Palummella zompa e vola” è una canzone napoletana popolare anonima, ispirata da un’aria del personaggio di Brunetta dall’opera buffa La Molinarella, di Niccolò Piccinni, andata in scena a Napoli nel 1766.Il testo originale era una satira contro il Regno d’Italia e un lamento alla perduta libertà del meridione all’indomani di quella che per taluni era ritenuta una conquista ingiusta. La cosa non appare strana se si considera che all’epoca era cosa non rara utilizzare arie di canzoni celebri modificandole per far nascere canzoni satiriche nei confronti dei regnanti. La canzone divenne ben presto molto popolare, ma il testo, considerato troppo sovversivo dalle autorità sabaude, venne modificato e quello originale andò perso. Il testo, così come oggi lo conosciamo, fu redatto e cantato per la prima volta nel 1873, come si evince dagli Archivi sonori della RAI, che ne attribuisce la paternità a Teodoro Cottrau.(Nel film Ferdinando I re di Napoli di Franciolini, pellicola del 1959 girata per i festeggiamenti dell’Unità d’Italia, si vede Eduardo De Filippo interpretare Pulcinella che attraverso la canzone Palummella prende in giro Ferdinando I di Borbone. Il regista, commise un falso storico, inventando fantasiosamente la storia della canzone e presentandola come rivolta contro il “re Borbone”).

 Palummella zompa e vola
addó sta nennélla mia…
Non fermarte pe’ la via
vola, zompa a chella llá…

Cu ‘e scelle, la saluta…
falle festa, falle festa
attuorno attuorno…
e ll’hê ‘a dí ca, notte e ghiuorno,
io stó’ sempe, io stó’ sempe a suspirá…

Palummella, vola vola
a la rosa de ‘sto core…
Non ce sta cchiù bello sciore
che t’avesse da piacé…

‘A ll’addore, ca tu siente…
‘a chill’uocchie, ‘a chill’uocchie,
‘a chillo riso…
credarraje,
ca, ‘mparaviso,
tu si’ ghiuta… tu si’ ghiuta…
oje palummé’!

A lu labbro curallino,
palummé’ va’ zompa e vola…
‘ncopp’a chillo te cunzola
e maje cchiù non te partí!…

Ma si vide ca s’addorme…
e te vène, e te vène,
lo tantillo…
tu ll’azzecca
no vasillo…
e pe’ me, e pe’ me,
n’auto porzí!

INNO DI GUERRA DI GARIBALDI

All’armi! All’armi!

     Si scopron le tombe, si levano i morti;
I martiri nostri son tutti risorti:
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
La fiamma ed il nome — d’Italia sul cor.
     Veniamo! Veniamo! Su, o giovani schiere,
Su al vento per tutto le nostre bandiere,
Su tutti col ferro, su tutti col fuoco,
Su tutti col fuoco — d’Italia nel cor.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi,
Ritorni, qual era, la terra dell’armi;
Di cento catene ci avvinser la mano,
Ma ancor di Legnano — sa i ferri brandir.
     Bastone Tedesco l’Italia non doma,
Non crescon al giogo le stirpi di Roma;
Più Italia non vuole stranieri e tiranni:
Già troppi son gli anni — che dura il servir.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     Le case d’Italia son fatte per noi,
È là sul Danubio la casa de’ tuoi;
Tu i campi ci guasti; tu il pane c’involi;
I nostri figliuoli — per noi li vogliam.
     Son l’Alpi e i due mari d’Italia i confini;
Col carro di fuoco rompiam gli Apennini,

Distrutto ogni segno di vecchia frontiera,

La nostra bandiera — per tutto innalziam.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     Sien mute le lingue, sien pronte le braccia;
Soltanto al nemico volgiamo la faccia,
E tosto oltre i monti n’andrà lo straniero
Se tutta un pensiero — l’Italia sarà.
     Non basta il trionfo di barbare spoglie;
Si chiudan ai ladri d’Italia le soglie;
Le genti d’Italia son tutte una sola,
Son tutte una sola — le cento città.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi,
Il grido d’all’armi darà Garibaldi:
E s’arma allo squillo, che vien da Caprera,
Dei mille la schiera — che l’Etna assaltò.
     E dietro alla rossa vanguardia dei bravi
Si muovon d’Italia le tende e le navi:
Già ratto sull’orma del fido guerriero
L’ardente destriero — Vittorio spronò.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     Per sempre è caduto degli empi l’orgoglio;
A dir — Viva Italia! — va il Re in Campidoglio;
La Senna e il Tamigi saluta ed onora
L’antica signora — che torna a regnar.
     Contenta del regno fra l’isole e i monti,
Soltanto ai tiranni minaccia le fronti:
Dovunque le genti percuota un tiranno
Suoi figli usciranno — per terra e per mar.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

L’origine dell’inno risale ad una riunione tenutasi il 19 dicembre 1858 nella casa del patriota bergamasco Gabriele Camozzi sulle alture di Genova, alla quale parteciparono anche Nino Bixio, Mercantini, Garibaldi e sua moglie, nella quale si discusse la formazione del corpo di volontari in seguito denominato Cacciatori delle Alpi.Ad un certo punto della riunione l’eroe dei due mondi disse al poeta marchigiano: “Voi mi dovreste scrivere un inno per i miei volontari! Lo canteremo andando alla carica, e lo ricanteremo tornando vincitori!”. Mercantini rispose laconico: “Ci proverò.”

In una successiva riunione, tenutasi nello stesso luogo e con i medesimi partecipanti il 31 dicembre, Mercantini annuncia di aver composto l’inno, a cui ha dato il titolo di “Canzone italiana”, e di aver affidato la composizione della musica all’amico Alessio Olivieri, direttore di una banda militare. Accompagnato al pianoforte dalla moglie, Mercantini canta con la sua voce grave la prima strofa dell’inno, che suscita l’acclamazione e l’entusiasmo dei presenti.

L’inno divenne ben presto assai popolare e conosciuto come “Inno di battaglia dei cacciatori delle Alpi”, ed in seguito alla spedizione dei Mille divenne noto semplicemente come l’Inno di Garibaldi.

«*Fratelli d’Italia L’Italia s’è desta, Dell’elmo di Scipio S’è cinta la testa. Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un’unica Bandiera, una speme: Di fonderci insieme Già l’ora suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Uniamoci, amiamoci, l’Unione, e l’amore Rivelano ai Popoli Le vie del Signore; Giuriamo far libero Il suolo natìo: Uniti per Dio Chi vincer ci può? Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Dall’Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano, Ogn’uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla, Il suon d’ogni squilla I Vespri suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Son giunchi che piegano Le spade vendute: Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, Il sangue Polacco, Bevé, col cosacco, Ma il cor le bruciò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò *»

L’hanno cantato nel 1948 gli insorti, sulle barricate, durante le Cinque giornate di Milano. E pochi mesi dopo i volontari accorsi in difesa della Repubblica romana. È stato uno dei brani più diffusi tra i soldati impegnati nella prima guerra d’Indipendenza. Con gli anni, il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli è diventato il simbolo del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Eppure, in pochi lo sanno, non è ancora il nostro inno ufficiale. Stranezze della storia. Ancora oggi le strofe del patriota genovese vengono suonate durante le parate militari e nelle occasioni ufficiali. Le intonano i tifosi negli stadi e le imparano i ragazzi nelle scuole. Ma senza alcuna ufficialità.Sostituito dalla Marcia reale sabauda all’indomani dell’unificazione, il 12 ottobre 1946 un provvedimento del governo presieduto da Alcide De Gasperi ne ha previsto l’adozione “provvisoriamente” come inno nazionale. I tempi erano effettivamente quelli che erano. Il re Umberto II era partito per l’esilio solo pochi mesi prima. Eppure anche in seguito l’atteso decreto non è mai stato emanato. A oltre settant’anni di distanza manca ancora una definizione istituzionale precisa. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, il Parlamento ci riprova. «Potrà la legislatura in corso essere quella che vedrà l’inno di Mameli perdere la sua condizione di non ufficialità e di provvisorietà?», chiede una proposta di legge presentata da alcuni esponenti del Partito democratico ormai un anno fa. Il documento è stato incardinato nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio, insieme a un’analoga proposta del deputato Gaetano Nastri. Esponente del movimento Fratelli d’Italia, ça va sans dire. Da qualche mese è iniziata la discussione generale.

 

L’hanno cantato nel 1948 gli insorti, sulle barricate, durante le Cinque giornate di Milano. E pochi mesi dopo i volontari accorsi in difesa della Repubblica romana. È stato uno dei brani più diffusi tra i soldati impegnati nella prima guerra d’Indipendenza. Con gli anni, il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli è diventato il simbolo del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Eppure non è ancora il nostro inno ufficiale

Scritto da Mameli, musicato in seguito da Michele Novaro, a 170 anni dalla sua composizione il nostro inno attende ancora un riconoscimento. “L’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa…”. Tutti conoscono la prima strofa. Pochissimi, invece, ricordano le cinque successive: “Noi siamo da secoli, calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi….”. Eppure è impossibile non riconoscersi nel canto degli italiani. Un inno che «scuote gli animi e suscita la commozione di coloro che lo recitano – si legge nella proposta di legge Nastri – Poiché possiede tutti i riferimenti storici e i requisiti qualitativi sotto il profilo musicale per rappresentare l’Italia durante le cerimonie nazionali e internazionali». Manca solo il riconoscimento istituzionale.Le occasioni non sono mancate. Anche su impulso del presidente Carlo Azeglio Ciampi, il Parlamento ha provato più volte a intervenire. Nella XIV legislatura sono stati presentati in Senato due progetti di legge, di cui uno costituzionale. Avviato l’esame delle Camere, nessuno dei due provvedimenti ha visto concludere l’iter. Nella XV un altro tentativo. Stavolta a Palazzo Madama sono state presentate tre proposte di legge ordinaria, a cui si è aggiunta una petizione popolare. Ancora una volta senza esito. Nella scorsa legislatura il Parlamento ha approvato una legge (la n.222 del 2012) che prescrive l’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole italiane. È la stessa norma che ha istituito il 17 marzo come giornata dell’Unità nazionale. Eppure non si è neanche riusciti ad avviare l’esame dei diversi provvedimenti che, ancora una volta, chiedevano l’ufficializzazione del Canto di Mameli.