LA SATIRA E’ BUONA E LODEVOLE DI RISATE E SFOTTO’ :SOLTANTO SE COLPISCE LA DESTRA , I VINTI E I MORTI AMMAZZATI…

«La satira  vale soltanto  se  colpisce la Destra.Molta storia d’Italia dal 45  fino ai giorni nostri, viene scritta dai Vincitori…..Perché i Vinti non vengono quasi mai creduti o sono morti….»

Certamente c’è satira e satira ,il ciarpame  e la sporcizia che colpisce a Destra è pura satira! La satira che  volge a Sinistra è ciarpame e sporcizia !! Così  ragionano  e parlano  i così detti “Progressisti”……Se il Comico ,Signor Gnocchi ,invece della Signora Petacci  avesse tirato in ballo  la Signora Iotti

(amante di Togliatti ex Fascista poi del PCI ed ex Presidente della Camera”Entrambi morti nel loro letto e non “maccellati ,poi appesi a testa in giù in quel di  Milano  dai  Partigiani Rossi.Cosa avrebbero detto  gli eredi di Togliatti ?

Quel Togliatti che si sentiva più Cittadino Sovietico che  Italiano.

 

La prima Presidente della Camera  non  è forse stata  la Signora Iotti e amante del Segretario del PCI .Si diceva anche che la Signorina Iotti (amante) era rimasta  in cinta dal Capo del PCI e poi abortito in grande  segreto. Perché  Togliatti era ancora sposato  e Segretario di un grosso  Partito granitico che non ammettevano errori da riportare  sulla stampa  o panni sporchi da lavare fuori da Via delle Botteghe Oscure di Roma…??!! Ma non si può quasi pronunciare Mussolini  e Petacci. Perché i compagni  sono usi  rimuovere  le magagne ,ma soprattutto le Macellerie Rosse quelle del 45….. Si può dire,però che la Signora Iotti ,prima dell’8 Settembre ,era stata una convinta  “fascista”,mentre la Signora Petacci  non è mai stata  comunista.E questo è un gran merito. Tra i tantissimi ex fascisti  dopo dell’8 Settembre ,c’erano anche questi due insigni signori ancora in vita.:

QUELLI CHE NON CI SONO PIU’ E NON POSSONO PIU’ PARLARE , CHE ERANO MARGINALI AL FASCISMO.   SONO  QUESTE PERSONE  TRUCIDATE NEL 45 A GUERRA FINITA,DAI PARTIGIANI ROSSI. 

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Lo storico Bruno Guerri asfalta Mattarella e Boldrini: “Ve li elenco io i meriti che ha avuto il fascismo”

Lo Storico Giordano Bruno Guerri smonta le “fake news” antistoriche di Sergio Mattarella e di Laura Boldrini.
Lo storico elenca tutte i meriti e le opere più importanti del governo guidato da Benito Mussolini e asfalta il presidente della Repubblica abusivo e la sinistra: “Il fascismo non ebbe meriti? La scolarizzazione massiccia, la frenesia di opere pubbliche, la bonifica delle paludi, la lotta alla tubercolosi, l’avvio della previdenza sociale, un rinnovato orgoglio di sentirsi italiani. Non neghiamo queste verità”.

Nulla di buono nel fascismo, dice Laura Boldrini. Tornare a insegnare nelle scuole l’etica dell’antifascismo, dice l’Anpi. Inaccettabile e sbagliato parlare di meriti del fascismo, afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Al Capo dello Stato ha risposto in forma di lettera lo storico Giordano Bruno Guerri, autore di monografie su Bottai, Ciano e Malaparte e presidente della Fondazione Vittoriale, con un intervento sul Giornale. “Lei – scrive Guerri – ha voluto rispondere al sindaco di Amatrice, diventato noto per la disgrazia del terremoto e adesso lanciato in politica. Il sindaco Sergio Pirozzi aveva detto con la semplicità del discorso da bar – che Mussolini «ha fatto grandi cose nelle politiche sociali». Lei ha risposto che «sorprende sentir dire, ancora oggi da qualche parte, che il fascismo ebbe alcuni meriti ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione».Ma è sbagliato anche sostenere che il fascismo non ebbe alcuni meriti, continua Guerri: “E qui tocca al povero storico l’elenco solito dei discorsi da bar, ma dimostrati da centinaia di studi: la scolarizzazione massiccia, la frenesia di opere pubbliche, la bonifica delle paludi, la lotta alla tubercolosi, l’avvio della previdenza sociale, un rinnovato orgoglio di sentirsi italiani, l’avere portato il popolo a partecipare alla vita sociale, sia pure a proprio vantaggio e con metodi inaccettabili. Certo, sono attività che qualsiasi governo dovrebbe svolgere, ma è un fatto che i precedenti governi liberali le avevano praticate molto meno, e questo consente ai nostalgici di rivangare come meriti speciali ciò che dovrebbe essere la norma. In conclusione, caro presidente, non neghiamo quelle verità se vogliamo davvero dimostrare e cito ancora le sue parole che la Repubblica italiana, «forte e radicata nella democrazia, non ha timore nel fare i conti con la storia d’Italia»”.

Con fonte Il Secolo D’Italia + Redazione RN Quotidiano) 

LA CROCIFISSIONE DI GESU’..

 La crocifissione (o, meno comunemente, crocefissione) di Gesù è la modalità con la quale egli è stato messo a morte.Questo avvenimento, insieme con la risurrezione da morte dopo tre giorni, è considerato dai Cristiani l’evento culminante della storia umana e della storia della salvezza[cosa affermano a tal proposito “i cristiani”, fonte?] in quanto in esso si compie laredenzione da parte di Dio degli uomini, che, con il peccato originale, si erano preclusi la salvezza e la beatitudine eterna.[Cosa affermano sulla redenzione, peccato originale, salvezza e beatitudine eterna? a quali fonti si fa riferimento? è il pensiero di una sola confessione religiosa o di più confessioni nella “cristianità”? – Fonti?] L’evento è descritto in tutti i Vangeli canonici.Il ruolo della crocifissione di Gesù nella cultura della Cristianità è fondamentale,poiché ad un tempo simbolico ed emblematico della nascita del Cristianesimo, agente culturale di enorme influenza nella storia[ La crocifissione di Gesù ha a che fare con la nascita del cristianesimo? Chi lo afferma? Fonte?]. Inoltre, il segno formale stesso della crocifissione, la croce, è diventato un simbolo di cui tuttora si fa ampio uso presso le culture di derivazione cristian.La ricostruzione della crocefissione di Gesù ricavabile dai Vangeli canonici, cui tutte le chiese cristiane attribuiscono fede di storicità (“quorum historicitatem incunctanter affirmat“), appare alquanto aderente a quanto emerso dagli studi storici condotti, principalmente nella prima metà del Novecento, sulla pratica della crocefissione presso i Romani.La crocifissione ebbe luogo su una piccola altura a settentrione di Gerusalemme, denominata Calvario in latino e Golgotain aramaico, vicino a una delle porte di ingresso della città Sulla croce venne apposta una tavoletta con la scritta: Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei.I dettagli riportati a proposito delle torture, della flagellazione, del dissanguamento – dovuto al colpo di lancia del soldato – costituiscono un circostanziato e fedele racconto.Gesù, sulla Croce, non subì il crurifragium da parte dei soldati Romani per affrettarne la morte, cioè la rottura delle gambe, in quanto vedendolo già morto gli venne forato il Costato con un colpo di lancia (Vangelo secondo Giovanni 19, 31-34).Anche la resa della Salma ai familiari è verosimile, in quanto consentita da Augusto, mentre in precedenza era stato in vigore il divieto di rimuovere i cadaveri sino alla loro completa decomposizione.Nella narrazione dei vangeli la morte di Gesù è accompagnata da segni, come lo squarcio del velo del tempio (15,38) l’oscuramento del sole (23, 44-46), l’apparizione dei giusti nella città santa (27,52-53) e la professione di fede del centurione (15,39).

Le fonti coeve non cristiane che parlano del martirio di Gesù comprendono Tacito e Giuseppe Flavio. Una testimonianza successiva di uno o più secoli è inoltre fornita da un testo della tradizione ebraica, il Talmud di Babilonia.Tacito, in particolare, dedica un brano degli Annali alla passione di Cristo, dispiacendosi, in quanto pagano, che essa non abbia stroncato la diffusione della nuova religione:
Il fondatore di questa setta, il Cristo, aveva avuto il supplizio sotto il regno di Tiberio, per ordine del procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente repressa, la funesta superstizione si scatenò di nuovo non soltanto nella Giudea, culla del male, ma in Roma stessa (Annali, XV, 44).Lo storico giudeo-romano Giuseppe Flavio (circa 37-103) nella sua opera Antichità giudaiche, in un passo che compare in vari manoscritti in greco pervenutici, parla non solo della crocifissione ma, nel testo a noi pervenuto, dà per certa anche la resurrezione:
… quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. (Ant. XVIII, 63-64)

Il testo in questione (noto come Testimonium flavianum) è oggetto di discussione tra gli storici: la descrizione, che enfatizza la divinità del Cristo, è infatti poco credibile in un autore giudeo. Si è quindi pensato a possibili interpolazioni da parte di copisti medievali.La scoperta fatta da Shlomo Pines nel 1971 di di una Storia universale in lingua araba scritta in Siria nel X secolo dal vescovo e storico cristiano Agapio di Ierapoliriporta il passo di Giuseppe Flavio su Cristo in una versione che sembra da ritenersi più fedele all’originale. Afferma dunque Agapio che:

Similmente dice Giuseppe [Flavio] l’ebreo, poiché egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: “Ci fu verso quel tempo un Uomo saggio che era chiamato Gesù, che dimostrava una buona condotta di vita ed era considerato virtuoso (o dotto), e aveva come allievi molta gente dei Giudei e degli altri popoli. Pilato lo condannò alla crocifissione e alla morte, ma coloro che erano stati suoi discepoli non rinunciarono al suo discepolato (o dottrina) e raccontarono che egli era loro apparso tre giorni dopo la crocifissione ed era vivo, ed era probabilmente il Cristo del quale i profeti hanno detto meraviglie.Esiste inoltre anche un’altra fonte extra biblica interessante poiché deriva dalla tradizione ebraica: il Talmud di Babilonia (II – V secolo); qui si legge che alla vigilia della Pasqua fu crocifisso Gesù Nazareno e anche che costui aveva portato alla rivolta Israele. La nota forse più interessante è comunque quella riguardante il processo che si descrive annotando non si trovò nessuno che lo difendesse
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GOVERNATORE ROMANO DELLA GIUDEA, PONZIO PILATO .(Non aveva figli,mori “suicida”nel 38 dopo Cristo).

Cosa sappiamo del governatore romano della Giudea che mandò a morte Gesù di Nazareth?Pochissimo, in verità quasi nulla: chiacchiere non verificabili, ipotesi più o meno credibili e invenzioni fantasiose ci consentono di ricostruirne vita e tratti caratteriali con un’approssimazione propria più dei personaggi leggendari che di quelli storici.Per il portale notizie.it riuscii a ricavare, cercando informazioni qua e là, una breve biografia di Pilato che ripropongo di seguito.Ciò può stupire visto che l’unica fonte storica su questo personaggio è stata rappresentata, fino a qualche decennio fa, dai Vangeli, senza alcuna possibilità di raffronti; solo nel 1961, grazie ad una scoperta casuale, fu rinvenuta nel teatro di Cesarea, in Israele, un’epigrafe romana con la scritta “Pontius Pilatus, praefectus Iudeae”, prova inequivocabile della veridicità di quanto affermato nelle Sacre Scritture.Pilato apparteneva probabilmente alla famiglia vestina dei Pontii , di origine sannitica, e al ceto equestre; accettò malvolentieri la carica di governatore nella lontana provincia giudea, ove rimase per dieci anni distinguendosi per la durezza con cui era solito reprimere le frequenti ribellioni da parte degli abitanti della regione, mai rassegnatisi alla condizione di sudditanza nei confronti di Roma.Sugli ultimi anni di vita di Pilato regna l’incertezza assoluta; per alcuni fu giustiziato dall’Imperatore Caligola, secondo altri fu esiliato in Gallia ove morì suicida, qualcuno infine, lo vuole addirittura penitente e convertito al Cristianesimo, anche per influenza della moglie Claudia Procula, che aveva tentato in ogni modo di convincerlo a non mandare a morte Gesù di Nazareth.E proprio riguardo al più celebre processo della Storia, è evidente l’atteggiamento riluttante di Pilato a esprimersi per la condanna estrema: le parole, l’aspetto, l’umiltà e i modi del giovane nazareno condotto al suo cospetto lo avevano profondamente colpito, e non trovava  in lui alcuna colpa che potesse giustificare quanto gli veniva chiesto di fare.E infatti Pilato tentennò, prese tempo, chiese consigli, rimandò, infine giocò la carta estrema di Barabba, ma non riuscì a impedire una condanna che sentiva evidentemente ingiusta, e forse, da buon romano alquanto superstizioso, sentiva gravare su di sé l’approssimarsi di una sorta di punizione divina per essersi reso responsabile di quel sangue versato ingiustamente.Pilato non ebbe figli ma fu legato da amore sincero alla moglie Claudia, donna colta, intelligente e nipote di Augusto, pertanto appartenente a una delle famiglie romane più illustri e potenti; sembra che Pilato tenesse in grande considerazione le opinioni della consorte, e certamente esse finivano con l’influenzare le sue decisioni politiche.

GIUDA ISCARIOTA,IL TRADITORE DI GESU’??

Dare del Giuda a una persona è notoriamente considerato un insulto grave, perché si stanno attribuendo a essa qualità molto negative, gli si sta dando del traditore e, secondo quanto indicato chiaramente nei Vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni), del ladro pronto anche a vendere il proprio Maestro per denaro. Ovviamente si fa riferimento a Giuda Iscariota, uno dei dodici Apostoli che inizialmente seguì Gesù nella sua predicazione itinerante in Palestina e che, dopo l’Ultima Cena, denunciò il luogo in cui si trovava il Cristo e lo fece arrestare.Gli Evangelisti si premurano di specificare che si tratta dell’Iscariota per distinguerlo da Giuda Taddeo (o “di Giacomo”, sempre per differenziarlo dall’altro, figlio “di Simone”), anche lui Apostolo. Esattamente, cosa significa “Iscariota”?La maggioranza dei filologi ritiene che esso significhi “Uomo di Querjoth”, un villaggio della Giudea meridionale, mentre una minoranza piuttosto vocale pensa che tale appellativo possa derivare dal termine greco sikarios, assassino, che nei Vangeli potrebbe anche riferirsi al suo tradimento che portò alla morte di Gesù, ma che nel contesto storico della Palestina del I secolo dopo Cristo era stato generalizzato per indicare quei patrioti che si battevano contro l’occupazione romana con tattiche di guerriglia.A un’analisi dei due significati più attenta alle fonti originarie, l’indicazione geografica sarebbe un elemento divisivo rispetto agli altri Apostoli, mentre l’attribuzione del ruolo di guerrigliero lo avvicinerebbe a loro. Infatti, essere nativo della Giudea lo avrebbe contrapposto ai primi Apostoli che si unirono a Gesù già agli inizi della sua predicazione in Galilea (Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo maggiore, Filippo, Bartolomeo e Matteo) facendolo finire nel gruppo di individui che lo seguirono in un secondo momento (Giuda Iscariota, Tommaso, Giuda Taddeo, Giacomo minore e Simone Cananeo). Inoltre, la Giudea era considerata il cuore della Palestina, più evoluta e mondana, mentre la Galilea era più provinciale. Insomma, ci sarebbe stata una vera e propria divisione etnica e culturale tra Giuda e gli Apostoli di GalileaAllora come è possibile che sia stato accettato dagli altri discepoli di Gesù originari della Galilea?Sappiamo che il Cristo era molto aperto nel scegliere i destinatari del suo messaggio, rivolgendosi anche a prostitute, esattori delle tasse romane e “collaborazionisti”. Non deve quindi stupire che potesse predicare a rivoluzionari e guerriglieri.Il Messia era atteso dagli Ebrei come un leader che li avrebbe liberati dal giogo romano, tanto che molti tra i più impazienti e pronti all’azione si rivolsero a Gesù proprio per questo motivo.In particolare, sappiamo dagli Atti degli Apostoli 5, 37 che al tempo della nascita di Gesù, un altro Giuda si era proclamato Messia e aveva dato inizio a una rivolta in Galilea, poi repressa con la forza dai Romani. Quindi è possibile che anche gli Apostoli di Galilea avessero inizialmente in animo di seguire Gesù su quella stessa strada e che Giuda Iscariota potesse essere uno Zelota, uno dei patrioti molto diffusi in terra di Giudea e pronti alla guerra contro i Romani.Gli Apostoli sarebbero quindi una banda di rivoluzionari uniti da un medesimo scopo, liberarsi dell’occupazione romana?Un “forse” in risposta a questa domanda potrebbe essere meno assurdo di quanto risulti in un primo momento. In Luca 22, 5-38 è infatti scritto:

“Ma ora, chi ha una borsa, la prenda; così pure una sacca; e chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico che in me dev’essere adempiuto ciò che è scritto: Egli è stato contato tra i malfattori. Infatti, le cose che si riferiscono a me, stanno per compiersi”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade!” Ma egli disse loro: “Basta!”.

In aggiunta, al suo arrivo a Gerusalemme, Gesù fu osannato con accoglienza regale dal popolo, pronto a seguirlo contro i Romani. E gli Apostoli sapevano maneggiare bene le spade, tanto che in Luca 22, 49-50, al momento dell’arresto di Gesù si legge:

Quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per succedere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?» E uno di loro percosse il servo del sommo sacerdote, e gli recise l’orecchio destro.

Da Giovanni 18, 10-11 sappiamo che quell’Apostolo che si abbandonò alla violenza era addirittura Pietro.

Va comunque sottolineato che i timori e i dubbi dell’uomo Gesù sono ben contrastati dal suo messaggio religioso che emerge con forza nel “Basta!” urlato quando gli porgono le due spade e in Luca 22, 46 quando dice agli Apostoli, poco prima di essere catturato: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, affinché non entriate in tentazione”, nel contesto sarebbe sottinteso “di usare le armi”.

In sostanza, sebbene Giuda non provenisse dalla Galilea come altri Apostoli, tutti quanti potevano essere uniti da un forte sentimento nazionalista e di avversione verso i Romani, a cui poi Gesù avrebbe aggiunto il suo messaggio religioso, molto più rivoluzionario e inaspettato.

Dalle Sacre Scritture sappiamo che Giuda Iscariota era il tesoriere del gruppo di Gesù. In Giovanni 12, 6 ci viene detto dall’Evangelista che l’Iscariota approfittava di quella carica, appropriandosi a piene mani dei fondi e meritandosi l’appellativo di ladro. Risulta tuttavia difficile credere che pur sapendo dei furti di Giuda, gli Apostoli gli abbiano lasciato il ruolo di cassiere fino all’Ultima Cena. Si può quindi ritenere che l’affermazione di Giovanni fosse giustificata solo alla luce dei fatti successivi. D’altronde, il tesoriere è un compito di altissima fiducia, certamente non sarebbe stato affidato a una persona con una reputazione non immacolata.

Tuttavia, è probabile che a Giuda fosse perdonato molto per via della sua vicinanza a Gesù. Le fonti bibliche ci dicono che l’Iscariota fu causa di una discussione durante l’assegnazione dei posti all’Ultima Cena, perché avrebbe voluto sedersi alla destra di Gesù, posizione destinata al prediletto del Cristo, ma che gli fu impedito da Giovanni, il quale si accaparrò quel posto e addirittura poggiò la testa sul petto del Maestro (Giovanni 13, 23). Giuda non fu comunque allontanato, tanto che Gesù poté porgli del pane intinto nella salsa pasquale, gesto rivelatore di chi lo avrebbe tradito, secondo Giovanni 13, 21. Ciononostante, è lo stesso Giovanni che aveva tolto all’Iscariota il posto d’onore a sottolineare il fatto che gli Apostoli non avessero capito a cosa Gesù avesse fatto riferimento, pensando piuttosto a un compito da eseguire servendosi dei soldi della cassa.

Infatti, appena ricevuto il boccone, Giuda abbandonò l’Ultima Cena sebbene fosse notte, come se il Cristo gli avesse ricordato un importante compito da eseguire.

Il bacio e i denari Possiamo quindi affermare che Giuda godesse della fiducia di Gesù e dell’intero gruppo di Apostoli, ma che l’avesse poi tradita. Un’immagine rappresentativa importante è quella in cui Giuda ritorna quella notte insieme a soldati e sacerdoti, trovando Gesù nel bosco dei Getsemani, dove lo bacia, come amico fraterno, ricevendo una risposta dubbiosa: “Amico, perché sei qui?”. Secondo l’interpretazione tradizionale, Giuda guidò gli uomini delle autorità nel luogo in cui sapeva di poter trovare Gesù, essendoci stato molte volte insieme a lui, e lo baciò per farlo riconoscere a chi doveva arrestarlo, senza rivelare il proprio tradimento. Al contrario, in Luca 22, 48 Gesù risponderebbe all’Iscariota: “Giuda, tradisci il Figlio dell’uomo con un bacio?”.

La contraddizione è evidente. Nel primo caso, Gesù sarebbe sorpreso della presenza di Giuda perché l’aveva inviato a svolgere qualche commissione, come anche Giovanni scrisse, mentre nel secondo caso il Cristo sarebbe cosciente del ruolo svolto da Giuda nel suo arresto, come più volte sottolineato nelle Sacre Scritture.Indipendentemente da quale interpretazione si scelga, quel bacio aveva una finalità pratica: coloro che erano venuti ad arrestare Gesù non l’avevano mai visto di persona e perciò doveva essere indicato loro con precisione chi fosse colui che il popolo acclamava come il Messia.Per quale ragione Giuda tradì Gesù, nonostante fosse stato trattato da lui e dai suoi seguaci come uomo degno di fiducia?Le Sacre Scritture sono chiare in merito: per soldi. Con precisione, per trenta denari d’argento.L’infamia dell’Iscariota sarebbe quindi accentuata dal fatto che fosse un traditore prezzolato. Tuttavia, anche questa volta, ci sono alcune incongruenze nelle fonti. Per cominciare, trenta pezzi d’argento ai tempi di Gesù corrispondevano all’incirca al denaro necessario per l’acquisto di uno schiavo, quindi non una grande somma. Inoltre, quel prezzo tanto preciso non era una novità dei Vangeli. Già in Zaccaria 11, 12-13 si può leggere:

“Se è bene ai vostri occhi datemi il mio salario; ma se no, lasciate stare”. E mi pagavano il mio salario, trenta pezzi d’argento. Allora Geova mi disse: “Gettalo al tesoro, il maestoso valore col quale sono stato valutato dal loro punto di vista”. Pertanto presi i trenta pezzi d’argento e li gettai nel tesoro della casa di Geova.”

Stessa cifra e stesso disgusto per averli ricevuti. Si può quindi dire che l’evento storico del tradimento di Gesù sia stato integrato da elementi derivati dall’Antico Testamento in una sorta di migrazione verso il mito, dopo la Passione di Cristo.Infine, in Giovanni 13, 27, viene addirittura smentita la motivazione umana (l’avidità di Giuda) e si afferma che fu Satana a entrare in lui e a portarlo al tradimento.

Le Sacre Scritture concordano sul fatto che Giuda morì poco dopo la Passione, ma ancora una volta le fonti ci forniscono versioni contrastanti sia sulle modalità sia sulle motivazioni di questo decesso.In Matteo 27, 3-7 possiamo leggere che Giuda, pentito per aver “tradito sangue innocente” avesse restituito i trenta denari ai sacerdoti e si fosse impiccato. I trenta denari, sporchi del sangue di Gesù e di Giuda, non furono messi nel tesoro del Tempio di Gerusalemme, ma utilizzati per acquistare un campo destinato alla sepoltura degli stranieri, da allora in avanti conosciuto come “Campo del Sangue”.Siamo di fronte a uno svolgimento dei fatti tipicamente cristiano: un peccatore, Giuda, espia la propria colpa infliggendosi la morte e per tale motivo il denaro all’origine del suo peccato non può essere mischiato col resto del tesoro donato dai fedeli.Ancora una volta, nel vecchio Testamento troviamo un riferimento specifico a un traditore che si impicca nel secondo libro di Samuele 17, 23. Parrebbe quindi un’altra aggiunta postuma per porre “ordine”, secondo le Scritture, nel fatto storico della morte di Giuda.Del resto, sono gli stessi Atti degli Apostoli 1, 18-19 a dirci che Giuda non si impiccò affatto, anzi si servì dei trenta denari per acquistare in proprio il “Campo del Sangue” dove precipitò da una rupe spargendo le sue viscere sul campo che divenne “del Sangue” proprio per questa ragione. Il fatto “fu noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme”.In definitiva, anche in questa seconda versione viene lasciato spazio alla possibilità del suicidio, ma anche dell’incidente casuale o, addirittura, del regolamento di conti tra Giuda e non meglio identificati individui, arrivati a provocare un “incidente” in cui l’Iscariota trovò la morte. È impossibile determinare quale sia stata la vera sorte storica di Giuda, ma come già accennato, trenta denari d’argento non erano sufficienti per acquistare un campo. Di conseguenza o il denaro ricevuto da Giuda era solo un acconto del vero prezzo pagato per il suo tradimento oppure il campo fu venduto all’Iscariota a un prezzo inferiore al suo valore per altre ragioni.

È stato indicato in precedenza che tanto gli Apostoli di Galilea quanto il sottogruppo a cui apparteneva Giuda potevano avere motivi legati alla lotta contro i Romani per seguire Gesù nella sua predicazione. Nell’entusiasmo iniziale, l’Iscariota sarebbe quindi stato molto fedele al Cristo per poi esserne profondamente deluso, quando il suo messaggio da indipendentista e politico virò con forza sul piano dell’uguaglianza e dell’attesa della felicità nel Regno dei Cieli, non in quello degli Uomini. Un Giuda nazionalista avrebbe ben potuto tradire Gesù per una somma puramente simbolica e poi essere aiutato da altri con le sue stesse idee politiche ad acquistare il Campo del Sangue. Oppure, sempre in via ipotetica, già al momento del tradimento dietro di lui avrebbero potuto esserci state altre persone (Apostoli?) ad appoggiarlo, ma che in seguito avrebbero eliminato quel complice scomodo per non far emergere la congiura.

Nel Nuovo Testamento, Giuda assurge al ruolo di perfetto malvagio spinto dall’avidità, nonostante altri Apostoli come Pietro abbiano rinnegato Gesù nel corso degli avvenimenti succedutisi poco prima della Passione. Le molte versioni contrastanti riferite alle azioni e alla sorte dell’Iscariota, nonché i riferimenti a passaggi del Vecchio Testamento richiamati a supporto di quanto scritto dagli Evangelisti, disegnano in verità una figura di Giuda non ben definita, sebbene certamente in chiaroscuro.

Ad aggiungere altri dubbi, è arrivata la scoperta del Vangelo di Giuda.Si tratta di uno scritto su papiro rinvenuto negli anni settanta del secolo scorso in Egitto, tradotto a New York dalla lingua copta tra il 2001 e il 2006, che ci fornisce una nuova e disarmante versione del ruolo di Giuda nell’arresto e nell’esecuzione di Gesù. Secondo questo testo, non solo l’Iscariota non tradì il suo Maestro, ma fu strumento consapevole affinché si compisse il suo destino e la salvezza degli Uomini col suo stesso permesso. A ben vedere, questa versione si concilierebbe meglio con la posizione di fiducia e di stretta amicizia di Giuda nei confronti del Cristo.

Purtroppo, anche in questo caso, si presentano problemi dal punto di vista delle fontistoriche. I papiri del Vangelo di Giuda sono stati datati al carbonio 14 attribuendoli al IV secolo dopo Cristo, quindi a un periodo successivo ai quattro vangeli canonici, nonostante alcuni studiosi ritengano che l’originale in lingua copta sia invece una traduzione di una versione precedente di almeno due secoli, scritta in Greco. Inoltre, dal contesto del ritrovamento e dal contenuto dei papiri, chiunque abbia scritto il Vangelo di Giuda apparteneva sicuramente allo Gnosticismo, un movimento religioso ed esoterico a carattere iniziatico che ebbe il suo massimo sviluppo tra il II e il IV secolo dopo Cristo.

Proprio a causa del loro carattere iniziatico, gli Gnostici cristiani ritennero che Gesù avesse trasmesso conoscenze segrete solo ad alcuni Apostoli, nel caso specifico a Giuda che, nella loro visione, sarebbe diventato il personaggio necessario al raggiungimento degli scopi di Gesù e di conseguenza di Dio. In pratica un finto traditore, una figura all’apparenza malvagia e in realtà eroica, capace di sacrificare la memoria che i posteri avrebbero avuto di lui pur di seguire fino alla fine le istruzioni ricevute dal suo Maestro.Sebbene affascinante, questa versione non è suffragata da prove storiche. Il Giuda gnostico rimane pertanto una mera interpretazione dell’autore di quel “Vangelo”, alla luce delle proprie credenze.(DA FACEBOOK DI GIANLUCA  TURIANI)

 

PER NON DIMENTICARE MAI.. 27 GENNAIO 1945 – 2018

Il Giorno della Memoria, per non dimenticare la Shoah

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita per ricordare gli atroci fatti avvenuti durante il periodo nazista e le persone a cui è stata negata vita e dignità durante la Shoah. Il 27 gennaio è una data, una commemorazione, durante la quale non si possono e non si devono dimenticare le tragedie dell’olocausto, anzi è importante condividere e “far sapere” per sensibilizzare le persone a quella che è stata una delle più terribili e imperdonabili azioni della storia umana.Una giornata simbolica, quella del Giorno della Memoria: era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono nella città polacca Oświęcim, oggi conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz. Varcati i cancelli del lager, i militari si ritrovarono di fronte l’orrore, la morte, lo sterminio. Liberati i pochi superstiti, le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo la brutalità di un vero e proprio genocidio. Non è un caso che il termine Shoah stia ad indicare una “catastrofe” e sia utilizzato per riferirsi allo sterminio nazista. Shoah, una parola ebraica che richiama un sacrificio biblico: con esso si voleva dare un senso alla morte, un senso ad un’incontenibile tragedia.Inoltre, con il termine ebraico è nato anche quello di “genocidio”, una forma di eliminazione di massa che, purtroppo, ha sempre fatto parte della storia ma mai è stata come quella avvenuta nei campi di concentramento nazisti.La legge italiana definisce così le finalità del Giorno della Memoria: “Data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz… al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.Quello che oggi dobbiamo imparare è molto semplice: non dimenticare. Questo è lo scopo, il fulcro di quello che la Giornata della Memoria vuole tramandare. Le testimonianze dei sopravvissuti, i racconti, i documenti e la storia devono essere le fonti utili non solo per il presente, ma anche per le generazioni future che, a loro volta avranno il compito di “tramandare” un orrore storico che non si deve ripetere.(da Sapere.it)

 

L’INDIFFERENZA UCCIDE 

AGNOSTA – AGNOSTICISMO

Agnosticismo

 
Thomas Henry Huxley, che introdusse il termine agnosticismo nel senso moderno.In generale il termine agnostico (dal greco antico ἀ- (a-), “senza”, e γνῶσις (gnōsis), “sapere”, “conoscenza”) indica un atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio rispetto a un problema, poiché non se ne ha, o non se ne può avere, sufficiente conoscenza. In senso stretto è l’astensione sul problema del divino.L’agnostico afferma cioè di non sapere la risposta, oppure afferma che non è umanamente conoscibile una risposta e che per questo non può esprimersi in modo certo sul problema esposto. Nello specifico questa posizione è solitamente assunta rispetto al problema della conoscenza di Dio. In forme del tutto secondarie e in disuso può anche riguardare l’etica, la politica o la società.Il termine era stato utilizzato inizialmente da Agostino d’Ippona polemicamente, nella prima delle sue lettere (Epistolae), per indicare certi accademici della scuola Platonica che sostenevano che “alla natura umana è negata la conoscenza”, allontanandosi dalla credenza dei Padri della Chiesa, gli esegeti cristiani, dove invece è supposta anche la conoscenza certa e vera, “per ricondurre gli uomini a ricercare la verità… Ognuno poi, distolto per quelle argomentazioni da ciò che di saldo e inconcusso aveva creduto di possedere…”Si vuole distinguere, riguardo ai noncredenti in alcuna religione, tra ateismo e agnosticismo. La differenza sta nel fatto che, mentre l’agnostico afferma semplicemente l’impossibilità di conoscere la verità sull’esistenza di Dio o di altre forze soprannaturali, l’ateo non crede nell’esistenza di alcun Dio o qualsiasi altro tipo di entità o forza superiore. La posizione “agnostica” deriva nell’antichità da Protagora e successivamente dallo scetticismo, che praticava una simile ma più radicale sospensione del giudizio nell’epistemologia, ritenendo tutta la conoscenza umana sempre dubitabile e perfettibile.Gli agnostici non sono necessariamente indifferenti al problema della fede e all’attività spirituale o religiosa. Molti di coloro che stanno attivamente cercando una fede o sono in dubbio, hanno sostanzialmente una posizione agnostica, paragonabile al dubbio metodologico nella filosofia. Di converso, alcuni atei, pur essendo fondamentalmente scettici circa l’esistenza di una entità superiore, ritengono in via razionale che, così come l’esistenza di questa non si può dimostrare, non si possa neppure negare.Il termine fu introdotto nella modernità nel 1869 dal naturalista britannico Thomas Henry Huxley, per descrivere la sua posizione rispetto alla credenza in Dio; il termine deriva come contrapposizione alle antiche dottrine cristiane gnostiche, che affermano che la conoscenza della realtà ultima (gnosi) è interiore a ogni uomo.Posizioni agnostiche sono rinvenibili, nella cultura occidentale, sin dall’antichità, ma furono spesso oggetto di attacchi violenti. Diogene Laerzio riferisce che:
 Protagora fu bandito dagli ateniesi e i suoi libri pubblicamente bruciati .

ATEO – ATEISMO

Ateismo

La parola greca ἄθεοι (atheoi, “[coloro che sono] senza dio”) come compare nella lettera agli Efesini2,12 tramandata dal Papiro 46(inizio del III secolo). Questo termine è assente nel resto del Nuovo Testamento, e nella versione greca della Bibbia ebraica.L’ateismo (in greco anticoἄθεοςàtheos, composto da α- privativo, senza, e θεός, dio, letteralmente senza dio) è una posizione filosofica che nega l’esistenza di Dio,opposta al teismo e al panteismo in generale, al politeismo e al monoteismo in particolare.Si definisce ateo o atea colui o colei che non crede in alcuna divinità, ne nega o non ne riconosce l’esistenza.Risale a Platone (428347 a.C.) la prima analisi dell’ateismo ricordata dalla storia della filosofia.Nel X libro delle Leggi, Platone distingueva tre forme di ateismo:
  • la negazione pura e semplice della divinità coincidente per il filosofo con il materialismo naturalistico;
  • la negazione non della divinità ma che essa possa curarsi delle vicende umane
  • la credenza che si possa propiziare la divinità attraverso doni, sacrifici ed offerte.

Se considerata rispetto al concetto di “divinità”, la definizione di “ateismo” che il filosofo britannico Antony Flew coniò circa alla metà degli anni settanta del Novecento distingue tra «ateismo positivo» — ovvero l’asserzione che non esistano dèi oppure la negazione che una qualsivoglia divinità esista — e «ateismo negativo», al quale egli stesso si richiamava, che si basa sull’impossibilità di verificare o falsificare con l’esperienza qualsivoglia asserzione teologica l’accezione di cui alla prima definizione citata, anche identificata con «ateismo forte», ovvero la positiva affermazione dell’inesistenza di Dio e non di una generica divinità, è tuttavia oggetto di nuove attribuzioni di significato: nel XXI secolo si tende ad attribuire al termine «ateismo positivo» o «forte» il significato — oltre a quello, scontato, di negazione del trascendente — di disapprovazione morale e di avversione alle credenze.Qualora rapportata altresì al concetto di “credenza in qualsivoglia divinità”, emerge una distinzione tra «ateismo pratico» — proprio di chi, per esempio, pur non negando i dogmi o le credenze che affermino l’esistere di qualsivoglia ente trascendente, prescinde nella realtà quotidiana da tale ente e agisce come se esso non esistesse— e «teorico», appannaggio di chi, indipendentemente dal proprio comportamento, non creda, o apertamente neghi, l’esistenza di un ente trascendente.Un’ulteriore posizione è quella dell’apateismo, che caratterizza chi considera irrilevante o priva di significato qualsiasi discussione sull’esistenza o meno di una divinità e, in senso più esteso, qualsiasi discussione su religione o sistemi valoriali o morali legati a credenze religiose; la posizione implicita dell’apateismo può essere riassunta nell’asserzione: «Dio esiste? Non lo so e non m’interessa»Nel suo portale dedicato all’ateismo, la BBC introduce l’argomento con la seguente definizione: «Gli atei sono persone che credono che Dio o gli dèi (o altri esseri soprannaturali) siano costruzioni umane, miti e leggende, o che credono che questi concetti non siano significativi».Generalmente l’ateismo si contrappone al teismo, e in modo particolare al monoteismo (anche se, nell’«ateismo forte», è esclusa ogni forma di esistenza che trascenda la natura); talora, infatti, l’opposizione al panteismo o al politeismo risulta più sfumata o molto meno sviluppata, come – per esempio – in Richard Dawkins o Daniel Dennett.L’ateismo si differenzia dall’agnosticismo, che raggruppa tutti coloro che si astengono dall’esprimersi su una materia quale l’esistenza o meno di una divinità, considerandola a priori inconoscibile. Ateismo e agnosticismo tuttavia non sono posizioni contrapposte. Un ateo può essere considerato agnostico nel momento in cui, pur non credendo nell’esistenza del divino, ammette di non poterne avere la certezza assoluta. Prendendo in prestito una terminologia in uso nel mondo anglosassone, all’ateo agnostico si contrappone l’ateo gnostico, cioè colui che ritiene di poter affermare con certezza la non esistenza del divino.Nell’antichità il termine «ateo» era spesso usato con accezione negativa dai credenti in una religione per indicare persone di un credo diverso; a titolo d’esempio, il padre della Chiesa Clemente Alessandrino (IIIII secolo) riferisce nei suoi Stromateis che i greci dell’epoca consideravano «atei» i primi cristiani.

 

L’INGIUSTIZIA…

 

INGIUSTIZIA:

  • Di brav’uomini è la base di ogni piramide d’iniquità. (Leonardo Sciascia)
  • Di preferenza si stabiliscono proprio là dove ci sono molte persone ingiuste, almeno nel senso che essi danno all’ingiustizia, poiché se restassero da soli, ben presto tali giusti finirebbero col corrodersi vicendevolmente, come macine da mulino tra le quali non c’è chicco di grano da macinare. (Gottfried Keller)
  • Dio in verità non commette nessuna ingiustizia contro gli uomini, sono gli uomini a commettere ingiustizie verso se stessi. (Corano)
  • È meglio ricevere che fare ingiustizia. (Marco Tullio Cicerone)
  • Fin quando uno commette ingiustizia, anche se possiede tutte le ricchezze e tutte le terre di questo mondo, continua a restare povero. (Porfirio)
  • Gli si chiese pure [a Talete] se l’uomo che commette ingiustizie sfugga agli dèi. «No, neppure colui che le pensa soltanto», rispose. (Diogene Laerzio)
  • Io non preferirei né l’uno né l’altro; ma, se fosse necessario o commettere ingiustizia o subirla, sceglierei il subire ingiustizia piuttosto che il commetterla. (Platone)
  • Mi pare che ci sia una ragione per dire al cielo: “guarda che cosa sta succedendo!” Si può trattare di un urlo o di un grido di gioia, ma più spesso si tratta di un grido di dolore, della protesta contro un’ingiustizia. Nel momento in cui questa storia viene narrata nuovamente in un’epoca successiva, questa ingiustizia potrà essere riconosciuta in quanto tale, e forse qualcuno sarà in grado di resisterle, di opporsi a essa. (John Berger)
  • Noi entriamo in un mare che non ha sponde, in un mare di ribalderie, ove l’ingiustizia e la soverchieria veleggiano col vento in poppa, e la sola innocenza è in burrasca, da tutti abbandonata, fuorché dal Cielo che la vuole afflitta, ma non sommersa. (Vincenzo Monti)
  • Odiosa al Signore e agli uomini è la superbia, | all’uno e agli altri è in abominio l’ingiustizia. (Siracide)
  • Se non procurate di evitare che vi si facciano piccole ingiustizie, vi troverete in breve nel caso d’osar di tutto il vostro sapere per assicurarvi da offese maggiori. (Confucio)
  • Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. (Che Guevara)
  • Spesso commette ingiustizia non solo chi fa ma anche chi non fa. (Marco Aurelio)
  • Tutte le teorie etiche plausibili riconoscono, almeno di primo acchito, sia il dovere di non commettere ingiustizie personalmente, sia il dovere di soccorrere le vittime delle ingiustizie compiute da altri. La giustizia, cioè, impone non solo il dovere di non danneggiare, ma anche quello di soccorrere e di assistere coloro che subiscono ingiustizie. (Tom Regan)

Proverbi:

  • Anche quelli che la fanno, odiano l’ingiustizia.
  • Assai volte il denaro e l’amicizia, rompon le gambe e il collo alla giustizia.
  • Cent’anni d’ingiustizia non fanno un minuto di giustizia.
  • Chi ha sete chiede invan d’acqua un bicchiere, a chi è ubriaco tutti offron da bere.
  • Chi semina ingiustizia raccoglierà odio e vendetta.
  • Chi semina ingiustizia, mieterà sciagura.
  • Chi sopporta l’ingiustizia vecchia, invita a casa la nuova.
  • Ciò che si acquista con l’ingiustizia, se lo porta via il diavolo.
  • Contro l’ingiustizia sofferta, la miglior erba è la dimenticanza.
  • Grande ingiustizia si deve convertire con la forza in giustizia.
  • L’ingiustizia è intollerabile, perciò distrugge se stessa.
  • L’ingiustizia è tale per colui che la soffre come per colui che la fa.
  • L’ingiustizia incomincia quando si fa male ad alcuno.
  • L’ingiustizia non prospera mai.
  • L’ingiustizia si deve combattere col diritto.
  • L’ingiustizia si può soffrire, ma non lodare.
  • L’ingiustizia si può sopportare, ma non approvare.
  • Ogni fatto ingiusto porta un danno giusto.
  • Sii mille volte disgraziato piuttosto che una sola ingiusto.
  • Son vecchio e visto ho peggiorar più d’uno, per castigo eccessivo e inopportuno.
  • Tutto inegual sarà sempre nel mondo, perché tale uomo è quadro e tal rotondo.
  • Venderà la giustizia chi ha comprato con denari, o regali il magistrato.

LA GIUSTIZIA (giustizia sociale e rispetto umano:questi sconosciuti…)

La giustizia è l’ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una persona o di più persone coniugate in una determinata azione secondo la legge o contro la legge. Per l’esercizio della giustizia deve esistere un codice che classifica i comportamenti non ammessi in una certa comunità umana, e una struttura giudicante che traduca il dettame della legge in una conseguente azione giudiziaria.Al di là dell’azione giudiziaria istituzionalizzata, che opera con una giustizia impositiva e codificata, esiste un senso della giustizia, definito talvolta naturale in quanto ritenuto innato, che impegna ogni singolo individuo a tenere nei confronti dei propri simili o gruppi, in situazioni ordinarie o straordinarie di usare criteri di giudizio, e di conseguente comportamento, rispondenti a giustizia nel senso di onestà, correttezza e non lesività del prossimo. È in questo senso che la giustizia diventa una virtù morale, quindi privata e non codificata e istituzionalizzata, che è però di enorme portata assiologica, in base alla quale si osservano regole comportamentali che riguardano sé e gli altri nei doveri e nelle aspettative.La giustizia, per sé, per gli altri e per chiunque, si traduce comunque in un dovere e in un diritto che coinvolge chiunque appartenga a una certa comunità, in senso riduttivo, e ogni persona umana in generale, in senso estensivo. La giustizia è la costante e perpetua volontà, tradotta in azione, di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto; questo è l’ufficio, deontologico e inviolabile, che il magistrato preposto deve porre in atto nei luoghi deputati a rendere giustizia: i tribunali. La giustizia, che è messa in atto sempre come volontà del popolo, è anche azione repressiva, potere legittimo di tutelare i diritti di tutti, quindi rendere a ognuno, nelle circostanze riconosciute, di accordare giustizia ascoltando richieste per essa e in nome di essa accordando ciò che è giusto quando è dovuto e a chi è dovuto.La negazione della giustizia, ovvero la mancata applicazione dei criteri di giustizia, è l’ingiustizia, con diversi gradi di gravità della sua realizzazione a danno di una o più persone.La parola deriva dal latino iustus, che significa giusto.

Definizioni :

  • Giustizia commutativa: regola i rapporti dei singoli tra di loro.
  • Giustizia distributiva o legale: regola i rapporti tra la società e i suoi membri.
  • Giustizia vendicativa o punitiva: regola l’esercizio del potere giudiziario.
  • Giustizia amministrativa: è, in senso lato, quel complesso di istituti mediante i quali viene assicurata la difesa delle persone fisiche e degli enti pubblici a privati contro l’azione illegittima della pubblica amministrazione. Organi della giustizia amministrativa sono: il Consiglio di stato e il Tribunale Amministrativo Regionale(T.A.R.) che dal 10 febbraio 1953 legge n. 62 ha preso il posto della Giunta provinciale amministrativa.
  • Giustizia sociale: è l’esigenza di sopprimere la miseria, la disuguaglianza, lo sfruttamento, l’oppressione dei lavoratori o della povera gente tramite un programma politico di attuazione di riforme particolari dell’economia e in generale della società.
  • Giustizia della pubblica onestà (voce antica): impedimento matrimoniale fra un coniuge e i consanguinei di un altro coniuge.
  • Congregazione dei Bianchi della Giustizia: antica confraternita di Napoli, istituita per il conforto e l’assistenza dei condannati a morte.
  • Giustizia e Libertà: organizzazione clandestina antifascista, fondata in Francia nel 1929, da cui originò il Partito d’Azione nel 1942. Ebbe come esponente Carlo Rosselli, uomo politico di grande personalità intellettuale, assassinato nel 1937.
    • Pitagorici intesero la giustizia come il riflesso nella morale e nella politica dell’armonia del cosmo e la espressero simbolicamente nei numeri. La giustizia era rappresentata dal moltiplicarsi di un numero positivo maggiore di zero per sé stesso, cioè di un numero quadrato, a significare lo stesso valore dell’azione e della reazione conseguente; è quello che Dante chiama contrappasso.
    • Per Platone la giustizia è l’armonia tra le facoltà dell’anima e anche tra le classi di cittadini, in quanto assegna ad ogni facoltà oppure ad ogni classe sociale quello che a ciascuno spetta, come attuazione del proprio compito (ta autou prattein).
    • Aristotele amplia e corregge l’idea pitagorica dell’uguaglianza: la giustizia partecipa dell’essenza della virtù e dovrebbe rappresentare il giusto mezzo tra un difetto e un eccesso. Nel libro V dell’Etica Nicomachea Aristotele però contrappone alla giustizia l’ingiustizia. Ciò si spiega pensando alla giustizia come virtù particolare e il concetto di medietà è riferito a due quantità estreme che sono il troppo e il troppo poco nell’assegnazione degli onori e beni pubblici o nello scambio privato dei beni. Perciò il mezzo della giustizia in senso stretto corrisponde all’eguale, e non è come per Pitagora in una quantità fissa, ma variabile. Non si tratta di dare a tutti in modo uguale, ma di dare a ciascuno il proprio. Si fa risalire ad Aristotele la distinzione tra giustizia distributiva e giustizia commutativa; la prima regola i rapporti pubblici (distribuzione di onori e pubbliche ricchezze), l’altra i rapporti privati (scambio di cose).
    • Nel mondo romano viene conservato il significato naturalistico della giustizia, ma è posto in maggiore rilievo l’aspetto soggettivo della medesima. Cicerone nel De inventione scrive: Iustitia est habitus animi, communi utilitate conservata, suam cuique tribuens dignitatem (la giustizia è uno stato morale, osservata per l’utilità comune, che attribuisce a ciascuno la sua dignità). Ulpiano traduce la definizione di Cicerone in termini romani e a favore del giurista. Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi (la giustizia è la costante e perpetua volontà di riconoscere a ciascuno il proprio diritto). L’habitus animisi trasforma nella constans et perpetua voluntas; la dignitas nello ius. La giustizia è come una virtù attiva; non è solo scienza o ratio che segue la natura, ma è arte e voluntas.
    • Con il cristianesimo la giustizia si pone in rapporto alla nuova realtà divina. Il fondamento della giustizia non è più cercato nella natura, ma nella volontà di Dio. Quod Deus vult ipsa iustitia est (ciò che Dio vuole è la stessa giustizia), dice Sant’Agostino. Ma non basta la conoscenza di ciò che è giusto per operare giustamente: occorre la libera e attiva partecipazione e il sostegno dalla grazia divina. La giustizia diventa virtù morale e individuale. Per altre notizie vedi la sezione.
    • La Scolastica intese associare gli elementi idealistici e volontaristici alla concezione aristotelica. Per San Tommaso d’Aquino la giustizia è la ragione stessa di Dio che governa il mondo. La volontà non determinata da ragione è arbitrio; la legalità può non essere la giustizia. Il medium iustitiae che per Aristotele è un rapporto di proporzioni tra due esseri diversi, per San Tommaso è un’eguaglianza proporzionale tra la cosa esterna che dobbiamo e la persona esterna a cui dobbiamo la cosa. L’uomo in rapporto con Dio non può essere veramente giusto, perché non può corrispondere l’aequale ossia tanto quanto gli deve; e San Tommaso dirà che la religione (pietas) è virtù che si unisce alla giustizia, come le sono annesse le virtù morali che non ammettono il contraccambio.
    • Bacone e Cartesio derivavano la nozione di giustizia dal senso o dalla ragione. La concezione empirica della giustizia culmina nel saggio sulla giustizia di David Hume. L’idea della giustizia deriva dall’esperienza psicologica dell’uomo, che è né del tutto egoista, né del tutto altruista. Non potendo vivere nell’abbondanza di ogni cosa, né nell’estrema penuria, l’uomo stabilisce la proprietà privata e si associa con gli altri uomini. Da qui, solo per utilità e necessità, deriva la necessità di norme di giustizia che garantiscano l’esistenza individuale e la vita in comune.
    • Leibniz approfondisce ancora la concezione razionalistica della giustizia. Fondata su considerazioni di utilità e di convenienza sociale, è la forma imperfetta della giustizia eterna. La suprema giustizia è charitas sapientis, e s’identifica con la pietas.
    • I giusnaturalisti della scuola di Grozio cercano di adattare l’empirismo e il razionalismo alle esigenze della vita giuridica e politica. La giustizia civile si origina da un patto di rinunzia totale o parziale alla giustizia naturale, diretto a garantire il miglior godimento degli inviolabili diritti naturali.
    • Kant ne diventa arbitro e supera queste dottrine. Il concetto della giustizia è il risultato di elementi empirici e razionali unificati dall’attività formale e sintetica della coscienza. La giustizia è anche un’idea della ragione pratica: gli esseri devono coesistere tra loro secondo una legge universale di ragione attuata in modo coattivo. È il compimento del cosiddetto processo di soggettivazione della giustizia, iniziato da Cartesio, continuato da Leibniz e dai giusnaturalisti. Alla concezione aristotelica naturalistica della giustizia come eguaglianza, si contrappone il concetto di giustizia come libertà, di cui l’eguaglianza è il limite oggettivo, formale.
    • L’idealismo di Hegel applica alla determinazione del concetto di giustizia il processo dialettico per cui la giustizia, e lo spirito che la produce, non è, ma diviene risolvendo progressivamente in sé il suo contrario. La storicità è condizione di esistenza dell’idea del giusto e questa non può esistere se non nelle forme del relativo e del concreto. Per Hegel la giustizia è libertà, ma non esclude la necessità e la naturalità. La giustizia eterna, oggettiva, non è rivelazione di Dio o della natura, ma un prodotto dello spirito che ha superato nel suo incessante divenire il momento della naturalità e la sua stessa soggettività per vivere l’idea del giusto nella sua concretezza e nella sua universalità.
    • Il positivismo di Auguste Comte, di Herbert Spencer, di Roberto Ardigò reagisce alle concezioni metafisiche e idealistiche della giustizia, ne cerca il fondamento nella biologia e nella sociologia. Spencer considera la giustizia l’etica della vita sociale, cioè un fatto naturale, sottoposto alla legge della causalità universale e dell’evoluzione. Le leggi della vita di associazione si convertono nella legge di retribuzione, secondo cui ogni individuo deve raccogliere i vantaggi e i danni della sua natura e della sua condotta. Ciò garantisce il progresso della specie, in quanto gl’individui meglio dotati sopravvivono. Se la giustizia è retribuzione, la libertà ne costituisce l’elemento essenziale, perché l’individuo ha il diritto naturale di non essere ostacolato nel suo agire e nel godimento dei risultati del suo agire, rispettando lo stesso diritto negli altri. La giustizia spenceriana non è dedotta, come in Kant, da postulati metafisici, ma è il risultato dell’adattamento biologico e sociale.

 

AUTOCRAZIA

L’autocrazia è una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere illimitato. Si tratta di una forma potenziata della monarchia assoluta in cui il sovrano non condivide nessun potere né con i ministri né con le classi dirigenti. Un imperatore può ereditare il potere, ma viene considerato un autocrate invece che un monarca quando nelle sue mani si concentra un potere eccessivo. Anche una repubblica sotto dittatura può essere un’autocrazia.È una forma di governo che storicamente si può trovare soprattutto in oriente, ammantata di potere teocratico, come nell’Antico Egitto o nell’Impero bizantino.Nel mondo occidentale, si può considerare un modello di autocrazia quello sviluppato nel periodo della Russia imperiale, quando il sovrano assumeva il titolo di Autocrate di tutte le Russie, ispirandosi al modello dell’impero bizantino, in cui l’imperatore aveva il titolo di “basileus e autocrate dei romei“.Il termine si può anche riferire a un paese che viene governato in questa maniera, come la Persia sotto il governo dello scià Mohammad Reza Pahlavi.Un regime autocratico diventa un’oligarchia quando il potere viene controllato da varie persone, rappresentanti però solo una piccola parte dell’intera società.L’autocrazia dà la preminenza allo stato-apparato prescindendo dallo stato-comunità.Autocrazie storiche, in cui la parola del sovrano o governante aveva valore di legge assoluta e senza vincoli, furono alcuni imperi dell’antichità come l’Impero persiano, l’Antico Egitto, l’impero macedone, l’Impero romano nel periodo del dominato (dopo il 235); inoltre i citati Impero bizantino e Impero russo, il Sacro Romano Impero in certi periodi, la Francia assolutistica (a partire da Luigi XIV, il “Re Sole”), alcune dittature recenti come la Germania nazista di Hitler. Per quanto ci si riferisca all’Unione Sovietica di Stalin come autocratica, in realtà qui il potere era nominalmente spartito tra le varie cariche del governo e del partito, ma in realtà lo stato era controllato interamente dal dittatore, che dopo le grandi purghe arrivò ad eliminare ogni possibile barlume di controllo nei propri subordinati.

LA DEMOCRAZIA

 

Tra gli antichi greci, la cui lingua ha dato origine alla parola, Platone ne parla approfonditamente nel suo trattato Πολιτεία (La Repubblica) (cap. VI), nonché nel suo dialogo Πολιτικός (Politico), dandone peraltro un giudizio negativo: per lui il governo dovrebbe essere tenuto dai filosofi, in una sorta di tecnocrazia. Anche Aristotele esplora approfonditamente il concetto nel suo trattato Τὰ πολιτικὰ (Politica) e anche lui la giudica una forma di stato non opportuna, che facilmente si trasforma in tirannide (libri III e IV) (diverso è però rispetto a Platone lo stato ideale che propone)Polibio nelle sue Storie (libro VI) distingue tre forme di stato “buone” (monarchia, aristocrazia e democrazia) e tre negative (tirannide, oligarchia e oclocrazia); ideale è per lui la costituzione romana, che combina le tre forme da lui giudicate buone. Più tardi ritorna sull’argomento Plutarco in un saggio inserito nei cosiddetti Moraliae intitolato Περὶ μοναρχίας καὶ δημοκρατίας καὶ ὀλιγαρχίας (“Monarchia e democrazia e oligarchia”)Il termine “oclocrazia“, letteralmente “governo della massa”, fu introdotto proprio da Polibio per indicare una forma degenerata di democrazia, dove domina non più la volontà del popolo ma gli istinti di una massa variamente istigata da demagoghi o reazioni emotive.Risalgono al pensiero greco anche alcuni concetti collaterali che hanno grave importanza nelle democrazie moderne, p.es. quello di uguaglianza davanti alla leggeisonomia, p.es. in Clistene.A Roma fu coniata la parola repubblica (res publica = cosa pubblica), che intendeva presentare lo stato romano come proprietà comune di tutti. La situazione storica concreta fu diversa, e comunque subì una notevole evoluzione nel corso dei secoli. Ad ogni modo, a distanza di secoli dalla nascita della repubblica, Cicerone nel suo De re publica condivide la definizione attribuita a Publio Cornelio Scipione Emiliano, secondo cui res publica è res populi, cosa del popolo pensiero politico di Cicerone dà particolare importanza alla concordia ordinum, la concordia tra i ceti sociali, che rappresenterebbe una sorta di compromesso tra una vera democrazia e un’oligarchia pura.Il concetto di democrazia fu ampiamente dibattuto durante l’Illuminismo. Molto significativo, tra gli altri, il contributo di Jean-Jacques Rousseau, per il quale il potere che spetta al popolo sarebbe inalienabile e non rappresentabile: la democrazia o è diretta o non è.Montesquieu nel suo scritto “Lo spirito delle leggi” (1748) enuncia la teoria della separazione dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), applicabile in via teorica a tutte le forme di governo, anche non democratiche, e di fatto utilizzata in quasi tutte le democrazie moderne.In tempi più recenti è celebre la definizione che ne diede Abramo Lincoln nel suo discorso a Gettysburg (1863): la democrazia è «il governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo». Questa definizione è stata ripresa nell’introduzione alla costituzione francese del 1958 (Quinta Repubblica).Forme di democrazia:La prima classificazione della democrazia può essere tra democrazia diretta e democrazia indiretta.

  • Nella democrazia partecipativa si raccolgono tutti quegli strumenti utili che forniscono informazioni stimolando la collaborazione tra cittadini e rappresentanti, ma di per sé questa forma di democrazia non contempla strumenti per attribuire potere legislativo ai cittadini.
  • Nella democrazia deliberativa, la volontà del popolo non viene espressa tramite l’elezione di rappresentanti, ma attraverso un processo deliberativo.
  • Nella democrazia diretta, il potere sovrano è esercitato direttamente dal popolo, come avveniva nell’antica Grecia, dove i cittadini (esclusi schiavi, donne e cittadini stranieri) si riunivano nell’agorà (oggi la piazza) per discutere attivamente di leggi o posizioni politiche da prendere.
  • Nella democrazia indiretta o rappresentativa il potere sovrano è esercitato da rappresentanti eletti dal popolo (il Parlamento). Ad esempio, l’Italia è una repubblica parlamentare (quindi a democrazia indiretta) che usa come unici strumenti di democrazia diretta il referendum, l’iniziativa popolare e la petizione popolare; i cittadini sono comunque liberi di candidarsi (entrare in politica) per diventare rappresentanti, qualunque sia il loro stato sociale.

Diritti di cittadinanza

Per diritti di cittadinanza s’intende l’insieme dei diritti civili, politici, sociali accanto ai diritti di terza generazione che sono alla base della democrazia moderna. Essi giungono a una consistente affermazione nel XX secolo. La loro estensione alle classi basse della popolazione dipende infatti dall’evoluzione del concetto di Statoa quello di nazione e da quello di sudditi a quello di cittadini.

Si distingue tra diritti negativi e diritti positivi, i primi prevedono la libertà dallo Stato,ossia quei diritti che limitano il potere dello stato come i diritti civili, i secondi invece presuppongono la libertà nello o mediante lo Stato,intesa come autonomia positiva dell’individuo o come intervento attivo dello stato,rientrano in questa categoria i diritti politici e i diritti sociali.

Cultura democratica

Un fattore chiave in una democrazia è la presenza, all’interno di una nazione, di una cultura democratica: una “democrazia politica” senza cultura democratica diffusa nei cittadini non sarebbe una democrazia. Fra i pensatori politici e i filosofi che hanno sollevato dibattiti su tale questione c’è dentro la tradizione nord-americana John Dewey, nella sua riletturadi Ralph Waldo Emerson, da lui considerato “il filosofo della democrazia”, essenziale per una cultura democratica. Altri pensatori dedicatisi alla questione sono Hannah Arendt e George Kateb. In Brasile, ci sono alcuni autori che lavorano con l´idea della correlazione tra la cultura della democrazia e la cultura dei diritti umani, come Paulo Freire, Maria Victoria Benevides, Fábio Konder Comparato e Eduardo C. B. Bittar.

L’OLIGARCHIA

 

L’oligarchia (dal greco oligoi (ὀλίγοι) = pochi e archè (ἀρχή) = potere, comando; cioè “governo di poche persone”) è un sistema di governo in cui il potere è detenuto da un gruppo ristretto di persone.Il termine oligarchia (a differenza di “monarchia“, democrazia“, ecc.) non indica una specifica forma di stato o di governo o un insieme di istituzioni, ma soltanto che il potere è detenuto da un gruppo ristretto tendenzialmente chiuso, omogeneo, coeso e stabile, che lo esercita nel proprio interesse. In questo senso può essere usato anche al di fuori della politica, e si può parlare ad esempio di oligarchie economiche, finanziarie, burocratiche, militari, ecc. Oggi sono quasi scomparse le forme di governo in cui si accede al potere per nascita (cioè le aristocrazie in senso proprio); i componenti del gruppo oligarchico sono invece legati tra loro da vincoli di altro tipo: di interesse, di appartenenza a un determinato corpo di pubblici ufficiali (militari, funzionari) o a un gruppo politico come un movimento rivoluzionario o di liberazione nazionale.Nel pensiero politico classico:Oligarchia significa “governo di pochi”, ma nell’antica Grecia il termine spesso indicava in modo più specifico il “governo dei ricchi”: lo si ritrova usato in questo senso sia da Platone nella Repubblica (550c) sia da Aristotele nella Politica (1290b).Nella classificazione delle forme di governo formulata da Aristotele nella Politica (governo di uno/di pochi/di tutti), l’oligarchia e l’aristocrazia sono le due forme che può assumere il governo di pochi. Mentre l’aristocrazia (il governo dei migliori) è la forma pura del governo di pochi, l’oligarchia ne è la forma corrotta. L’oligarchia è una forma di governo cattiva, non perché antidemocratica, ma perché quei pochi esercitano il potere indebitamente, o in quanto non ne hanno il diritto o in quanto lo fanno violando le leggi o, infine, in quanto lo esercitano favorendo gli interessi particolaristici a scapito di quelli della comunità. Se, invece, i pochi che esercitano il potere lo fanno in maniera legittima e in vista dell’interesse generale, allora il loro governo è un’aristocrazia, naturalmente nell’accezione greca in cui a governare sono gli aristoi, i migliori. Secondo Aristotele l’oligarchia è dunque la degenerazione dell’aristocrazia. Il termine oligarchia conteneva quindi una valutazione negativa che ha mantenuto a lungo anche in seguito.Esempi nell’antica Grecia:Ad Atene del V secolo a.C. vi furono il governo oligarchico dei Quattrocento nel 411 a.C. ed il regime dei Trenta tiranni del 404 a.C. Governi oligarchici furono presenti anche in altre città, come Sparta o Tebe.Nel pensiero politico moderno:Il concetto di oligarchia è stato ripreso in età moderna dalle teorie delle élites formulate da studiosi come Gaetano MoscaVilfredo Pareto e Robert Michels. Secondo queste teorie, ogni governo è sempre un governo di pochi. Ciò non significa che tutti i governi siano uguali, ma soltanto che i governanti sono sempre, numericamente, una minoranza. Mosca e Pareto non usarono il termine oligarchia, ma espressioni come “classe politica”, “minoranza governante”, “aristocrazia”, “classe eletta”. Michels invece lo usò nei suoi studi sull’organizzazione dei partiti politici e giunse a formulare la cosiddetta “legge ferrea dell’oligarchia“, secondo cui in un partito politico, e più in generale in ogni grande organizzazione, il potere inevitabilmente si concentra nelle mani di un gruppo ristretto.Come conseguenza del successo di queste teorie, il termine oligarchia è entrato largamente nel linguaggio della scienza politica, e ha in gran parte perduto la sua connotazione negativa, assumendone una più neutra e descrittiva.Nella tradizione del pensiero occidentale si è conservato a lungo, dall’antichità al Medioevo, il concetto che un governo di pochi non è cattivo in sé ma solo in quanto i pochi governino male. Nell’età moderna invece si è progressivamente affermata la concezione democratica e, con essa, la tesi che un governo di pochi è, in quanto tale, un cattivo governo: un governo buono è quello in cui è la maggioranza (i più) che governa. In realtà, anche in un governo democratico il potere è esercitato da un gruppo ristretto; ma nelle democrazie il gruppo che governa è scelto e legittimato per mezzo di elezioni, esiste un’opposizione che potrebbe sostituirlo, e sono garantite le libertà politiche per la generalità dei cittadini.

LIBERTA’ DI PENSIERO

LIBERTA’ DI PENSIERO

Il problema della libertà di pensiero e di espressione, affrontato nei tempi e nelle condizioni più diverse, come dai redattori della Dichiarazione di Indipendenza americana e della Costituzione italiana, ha sempre dato la stessa risposta: si tratta di un diritto essenziale e inalienabile. “L’informazione è un diritto fondamentale dell’uomo ed è  la pietra di paragone di tutte le libertà” dichiara la Risoluzione n. 59 del 14 dicembre 1946 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.L’art. 2 della nostra Costituzione sancisce che: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.  Tra questi diritti vi è la “LIBERTA’ DI PENSIERO”,D’ESPRESSIONE  E D’INFORMAZIONE” richiamate come uno dei pilastri della democrazia dagli art. 9 e 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dagli art. 18 e 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, recepiti dal nostro sistema normativo grazie anche alla norma di inglobamento dell’art. 10 che recita: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Soprattutto la libertà di espressione del pensiero è garantita dall’art. 21 della nostra Costituzione là dove afferma che: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. La libertà di espressione e l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge in riferimento a questa libertà,  è compromessa dall’immunità parlamentare, istituto il cui fine è di permettere ai parlamentari di agire e dire in piena libertà e indipendenza nella loro funzione politica al riparo da pressioni esterne.  Specificamente l’articolo 68 della Costituzione, modificato dalla legge costituzionale 29 ottobre 1993 n. 3, disciplina nella prima parte l’insindacabilità dei membri del Parlamento per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni (primo comma)Di fatto questa norma discrimina cittadini che esprimono le loro idee, soggetti a incriminazione in caso di diffamazione,  e cittadini parlamentari i quali, invece, possono impunemente  “diffamare” in nome della funzione politica  svolta. Ciò malgrado i parlamentari  siano rappresentanti del popolo e, quindi, virtuali paradigma di comportamento etico ineccepibile, essendo invece portatori di prerogative diversificanti, in nome delle quali possono usare espressioni che per i cittadini comuni portano alla diffamazione e alla pena e per i parlamentari no.Se quella prerogativa parlamentare dev’esserci, come c’è, il principio di eguaglianza impone che ogni cittadino possa esprimere il proprio pensiero ed eventualmente “stigmatizzare in maniera virulenta” chi agisca in chiave politica, senza incorrere nelle maglie della legge penale.  In tale prospettiva appare il problema di fondo  della concezione della Politica.   Da tempo nel linguaggio è invalso l’uso di dare il titolo di “politico” solo in relazione a coloro che si dedicano all’attività di partito e di governo. Siamo molto lontani da quanto intendeva Aristotele quando definiva la Politica  la scienza e l’arte di organizzare la Polis o la Città, ovvero in modo che i suoi abitanti possano vivere felici, cioè nella soddisfazione delle proprie esigenze, e da quanto intendeva Montesquieu quando  introdusse la distinzione tra “Potere Legislativo, Potere Esecutivo e Potere Giudiziario”, motivando che “può dirsi libera quella costituzione in cui nessun governante possa abusare del potere a lui confidato. L’unica garanzia contro tale abuso è che il potere arresti il potere, cioè la divisione dei poteri, e che tali poteri fondamentali possano essere affidati a mani diverse in modo che ciascuno di essi possa impedire all’altro di esorbitare dai suoi limiti convertendosi in abuso dispotico”.Tra i poteri in grado di controllare i detentori della res pubblica e denunziare qualunque stortura, devianza, strumentalizzazione, per far sì che essa in trasparenza sia retta da persone integerrime, c’è in primis il Terzo Potere, la Magistratura, cui spetta non solo un compito di conservazione dello status quo ma di critica dinamica al sistema per renderlo eguale e realmente democratico, con metodi rigorosamente legittimi.

     

Alla magistratura si affiancano il Quarto Potere, la Stampa, il Quinto Potere, la Televisione, e, ultimo arrivato, il Sesto Potere, “l’INTERNET” dove a chiunque è concesso di accedere per manifestare con grande libertà il proprio pensiero e la propria critica.

Bene tutti questi poteri alternativi hanno il diritto ma soprattutto il dovere morale e sociale di stigmatizzare il Potere Politico che contravvenga ai suoi doveri di tutela della cosa pubblica, essendo ciò contenuto nell’art. 3 della Cost. che al 2° co. recita: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

     L’art. 68 della Costituzione crea disuguaglianza tra i cittadini quanto alla libera espressione del pensiero,  la sua permanenza, alla luce degli articoli 2, 21 Cost., non può non risolversi in un’incostituzionalità della normativa penale sulla diffamazione a mezzo stampa che crea una disparità di trattamento tra privati e soggetti pubblici con prerogative parlamentari, trattati questi ultimi diversamente quanto alla loro capacità di esprimersi, criticare, attaccare  l’altrui reputazione senza incorrere nella legge penale. Ciò in contrasto irrefrenabile con l’art. 3, 1° comma della Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

      In definitiva le libertà globalizzate di pensiero, di parola, d’informazione e di espressione appaiono più che mai principi fondamentali su cui, nella costituzionalizzazione di fatto delle norme,  si deve provare a ricostruire un nuovo mondo di realmente liberi ed eguali di fronte alla legge, eliminando le prerogative  oggi esistenti o meglio estendendole ai cittadini comuni. Necessità imperante  oggi più che mai nell’era di Internet che ha ampliato le frontiere di espressione e pubblicazione delle proprie idee a tutti i cittadini che non possono essere discriminati rispetto ai politici che sono i loro stessi rappresentanti.  Ciò affinché la comunicazione politica su cui l’esercizio della democrazia si basa, sia plurale ed efficace, in grado di coinvolgere la cittadinanza e di renderla partecipe al sistema di governo in maniera davvero cooperante,    solidale, egualitaria, com’è proprio del concetto antico di politica, cioè di dimensione in cui ogni uomo partecipa alla vita dell’urbe in pari condizioni con tutti gli altri.

     

In via generale, quindi, al cittadino, che è politico in ogni sua azione, dovrebbe essere concesso di esprimere le proprie opinioni sulla res pubblica senza incorrere nella legge penale.

      Nello specifico al cittadino dovrebbe essere consentito di attaccare verbalmente o con scritti il politico così come fa il politico col cittadino o con un altro politico, quando entrambe le categorie agiscano in virtù di un’azione politica strictu sensu, ovvero di denunzia sociale di un comportamento commissivo o omissivo  ritenuto criminale, illecito, immorale, etc., tale da ingenerare effetti negativi per lo Stato. Ciò sia che quel comportamento afferisca alla sfera pubblica sia che attenga a quella privata, quando si tratti di fatti di rilevante interesse pubblico, concernenti la collettività e il diritto supremo di questa ad essere informata Tale discorso è in linea anche con l’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione (16 ottobre 2001/37140) con cui si è dato amplissimo spazio al diritto di cronaca qualora sussista un interesse pubblico alla conoscenza della notizia poiché, in tal caso, “la situazione giuridica del giornalista si sposta sempre più verso la sua polarità passiva: a fronte di fatti massimamente rilevanti la cronaca diviene sempre meno potere del giornalista e sempre più suo dovere, sempre meno un semplice interesse del cittadino e sempre più un suo diritto di natura pubblicistica” .–

 

LA LIBERTA’ & L’INFORMAZIONE

“L’INFORMAZIONE:

NON E’ LA NOTIZIA ,MA IL MODO DI COMUNICARLA NON IL FATTO,MA IL MODO  PRESENTARLO. E L’INFORMAZIONE  PUO’ ESSERE  PIU’ O MENO  OBBIETTIVA MAI NEUTRA…..”LE NOTIZIE E I FATTI  HANNO  GIA’ DI PERSE’ STESSI UNA FORTE VALENZA “POLITICA E DI INCIUCIO” LA LORO COMUNICAZIONE PASSANO ATTRAVERSO  IL “FILTRO DELLE NOSTRE  IDEE,DELLA NOSTRA PARTECIPAZIONE,DELLA NOSTRA  ONESTA’ “.«LA LIBERTA’ DELL’INFORMAZIONE  E’ DATA DALLA PLURALITA’ DELLE FONTI. NON BISOGNA CONFONDERE LA “LIBERTA’”  CON “L’OBIETTIVITA’ “. L’INFORMAZIONE DEVE ESSERE  “LIBERA”,ED E’ LIBERA  QUANDO  DIVERSE  SONO LE IDEE E LE VOCI  CHE LE DANNO CORPO ,SENZA AVER PAURA DI FARLE VOLARE DENTRO A TUTE LE ORECCHIE  DELLA GENTE CON CORAGGIO,CAPARBIETA’  . QUANDO SONO INDIPENDENTI CON L’ANIMA,IL CUORE E IL CERVELLO DI ESPRIMERSI  SENZA PELI SULLA LINGUA. NON ESISTE L’EQUIVALENZA “INFORMAZIONE-VERITA’ ” » “LA LIBERTA’ DELL’INFORMAZIONE”  ,APPARENTEMENTE IN ITALIA CIASCUNO PUO’ DIRE  E SCRIVERE  QUELLO CHE VUOLE .LA “REALTA’”  E’ BEN “DIVERSA”  E LA “LIBERTA’  DI INFORMAZIONE E’ FORTISSIMAMENTE A RISCHIO”.NON E SOLTANTO UN PROBLEMA DI “CENSURA” CHE ANCORA ESISTE  FORTEMENTE (SE PUR VIETATA ESISTE ECCOME…)TRAMITE CONSIGLI E SBARRAMENTI DI TUTTI I TIPI,MA CHI E’ SORDO AI CONSIGLI .LO SBATTONO IN GALERA PER FARLE ACQUISTARE L’UDITO  E UNA  NUOVA FAVELLA E SCRITTURA….  COME SI PUO’ NOTARE E’ UN PROBLEMA  DI EQUILIBRI ,DI VISIBILITA’  DI CAPACITA’ ECONOMICA E POLITICA, NON CHE’ DI CASTA ,E DIFUSIBILITA’ . IN ITALIA  IL “GIORNALISMO LIBERO  E INDIPENDENTE  E’ “ORMAI DI NICCHIA”.QUASI “ALLA CARBONARA,SPECIALMENTE PER CHI HA SCRIVE SU  UN BLOG”. NON PUOI ESSERE “LIBERO” SE DEVI  RISPONDERE AL TUO EDITORE E NON PUOI ESSERE LIBERO SOTTO LA SCURE  DELL’ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA ITALIANA (CHE COSI’ FORTE E CORPORATIVA  E  POLITICIZZATA  SOLTANTO IN ITALIA).NON  PUOI ESSERE INDIPENDENTE SE NON  HAI  LA LIBERTA’ ECONOMICA E POLITICA. LA  LIBERTA’  DI INFORMAZIONE  RESTA SOLO  UN “DIRITTO FORMALMENTE TUTELATO” (COME  RECITA LA COSTITUZIONE DICENDO   CHE IL POPOLO ITALIANO E’ UN “POPOLO SOVRANO”:DI CHE !! DI PAGARE SOLTANTO LE TASSE  E ABBASSARE LA TESTA DICENDO SISSIGNORE…E NON DECIDERE MAI NULLA ??) E DI FATTO MOLTO COMPROMESSO. «SIAMO ANCORA  UNA DEMOCRAZIA DITTATORIALE , CON UNA STRUTTURA  POLITICA  E DI CASTA CHE AUMENTA DI GIORNO IN GIORNO.PRETTAMENTE MEDIOEVALE  DI VASSALLI,VALVASSORI,VALVASSINI.TENUTI SU A LATTE & MIELE,E TASCHE PIENE  DI SOLDONI  DAI POVERI SCHIAVI LAVORATORI,CHE NON HANNO NE UN  SANTO IN  PARADISO E NON SONO AMICI DEGLI AMICI DI PICONE…..IL TUTTO COMANDATI  DA DUE CAPI SUPREMI,UNO AL COLLE E L’ALTRO A PALAZZO CHIGI E UNA CASTA MEDIOCRE DENTRO AI PALAZZI DEL POTERE.E IL NOSTRO PARLAMENTO ESPRESSIONE DEL POPOLO SOVRANO ONESTO??? BHO!!! E UN CLERO D’ACCOMPAGNAMENTO CHE FA IL BELLO E CATTIVO TEMPO  ANCHE FUORI DAL CUPPOLONE. METTENDO LINGUA  E MANI ANCHE NELLA NOSTRA NAZIONE ,DOVE NON ABBIAMO  TANTI SOLDONI,GRANDI MURAGLIONI E GUARDIE SVIZZERE…»

libertàLA LIBERTA’: parliamone prima  che la cosa  divenga sovversiva dato che la Libertà  di dire e di scrivere  quello  che pensiamo  è un bene  troppo  prezioso  per non suscitare gelosia  del destino… Viviamo in un mondo  in cui  tutto è perpetuamente  minacciato  da qualcosa.Penso  che sia stato  sempre  così ,ma mai  come  oggi  lo è  stato  in modo  così tangibile.Di anno in anno,l’individuo  è chiamato  a fare  fronte, Perché ? Perché la massa  vuole  che egli  scompaia.Perché? Perché  la massa vuole  che egli scompaia.Perché? ?  Perché  egli rappresenta  una forma di Libertà  che già in svariati ambiti non ha più corso ,e perché  egli rifiuta  di agglomerati alla massa.Egli segue  il consiglio di Polonio  dà a suo figlio ,intende  rimanere  fedele  a se stesso .Niente  da fare  con uno  così   testardo.E la massa  gli passerà  sopra  con la  discrezione  di un rullo  compressore.Ogni uomo è unico .Un uomo  che scompare  si porta  via con sé  un mondo  che non era stato  mai  visto  come l’aveva  visto  lui  e che  come lì ha  visto  lui  non si ritroverà  mai.E qui  che andrebbe richiamata  alla memoria  in termini  semplici  quella verità  fondamentale  di cui il nostro  secolo  non vuole sapere nulla ,e cioè  che non ci sono mai  state due anime  in ogni punto  e perfettamente  simili  tra loro. Ogni anima  viene  salvata come se fosse  sola al mondo. «Ecco cosa  conferisce  all’essere  più insignificante  tra noi un valore  singolare.Nessuno è insignificante  e la morte di un uomo ,chiunque  egli sia,è sempre  un avvenimento  degno di nota. “Giorno dopo giorno,assistiamo,qui o là,sulla  superficie del globo,l’annientamento  di colui che è solo se stesso e nessun altro”.»10291364_10202080505077451_6632514224555783633_n-720x480

E la  privazione della Libertà  rientrava  in questo lento processo,dato che questo era  o è  il mezzo  più sicuro  per instaurare  l’essere, per umiliarlo  al fine di colpirlo  nella sua anima ,ciò  che egli  ha di unico  e di singolare.

«Guai a chi è solo» L’assorbimento dell’uno da parte del numero  sta scritto  nei programmi  dell’avvenire. Tra i più indocili  degli individui,va posto lo scrittore, il narratore,la memoria del mondo e degli uomini.Il quale per  protestare  ha soltanto “la Penna e la Voce” e qualche volta anche la propria Persona….Ma non è il caso  di compiangerlo troppo  non ce niente di più raro  della “Vocazione al Martirio”«E visto che parliamo di Libertà al singolare mi chiedo  se sia stata mai  all’uomo ,come vede succedere  al giorno d’oggi ,più ampia facoltà di dire proprio  ciò che pensa  a proposito di tutti  gli argomenti possibili. Dov’é il limite .Se certamente non si sfiora ne con le parole,scritti e sguardi,il Capo Supremo ,quello del Palazzo più bello  e sorvegliato..del Potere unico e indiscutibile. E la sua deleteria nullità della sua corte slinguazzante  del “SignorsiSignore..” Pur stando in  democrazia   ossequiosa e lasciva….Si può parlare ,ma non in profondità di vero pensiero libertario» .«In tutti i Paesi le Leggi e le Costituzioni. Hanno tante belle parole per il Popolo.Ma poche e vere, per quello che servono a tenerlo buono o incatenato ai loro voleri» L’uomo  è fatto  in modo  che, disponendo della propria Libertà .Non sa servirsene del tutto.Si direbbe  che essa  gli si presenti come una proposta ambigua,seducente  e malefica insieme. Allora sente il bisogno di “fissare i limiti”per rassicurare se stesso e non offrire  il mignolo al maligno di turno…Erige pazienti  parapetti  e la realtà ai propri divieti .Il famoso “fin  dove si può arrivare”sembra  avere allargato  le sue frontiere .In realtà nessuno si spinge “troppo oltre”. .Perché i Puzzoni sono in guardia… e soltanto un Popolo in coro può dire la vera verità a voce alta ,ma occorre essere granitici  e battersi a testa bassa….e pugni chiusi .Per arrivare a dire la Vera Verità che cambierebbe il Mondo..

LA NATURA DELLA RIVOLUZIONE.

999638_10201214868037066_1406823308_nQuando un movimento rivoluzionario entra in azione ,il periodo costruttivo  coincide  con la fase dell’entusiasmo  creativo. Qui ,in effetti ,c’è il movimento  del cambiamento costruttivo ,prima che il potere  sia preso  da una minoranza  di perfezionisti  e di utopisti  e prima che la stanchezza  sopravvenga ;in altre parole  prima  che il movimento rivoluzionario ,come ogni altro movimento ,giunga al suo  logico approdo :la stanchezza .E  se lo sforzo  perdura  tanto a lungo ,la stanchezza  diventa mortale. Il movimento creativo di una rivoluzione  è ancora forte quando ,dopo l’iniziale  slancio  e la liberazione psicologica ,l’appeal emotivo  e l’eccitazione  delle moltitudini ,più precisamente  di quei settori  della società che prendono parte  attiva  alla crisi  scendendo nelle strade, non giungono al quel punto  dove la violenza  e la distruzione  diventano l’unica domanda diffusa, l’unico  modo  per soddisfare  il bisogno collettivo ,profondamente radicato nella struttura  psichica ,di aggressione. Già la Rivoluzione Francese ghigliot e i Motti dell’inizio del XIX  Secolo  ci offrono  una non comune  intelligenza  della natura  sociologica  e psicologica  delle rivoluzioni. Penetranti  commenti  furono fatti  da storici italiani e da scrittori  che furono ,testimoni  di crisi rivoluzionarie. Essi erano  dei rivoluzionari che speravano che l’energia sociale esplosa durante tali crisi sarebbe stata usata  in modo costruttivo nell’interesse  del popolo  e non  dell’interesse di nuove classi dominanti. Fra questi vanno ricordati Cuoco e Ferrari .Cuoco scrivendo  della Rivoluzione Francese, osserva: 〈〈Questo è il corso di tutte le rivoluzioni il popolo si ribella ,ma non sa dove deve fermarsi.  Esso corre verso gli estremi ,non sapendo che la risposta giusta è nel mezzo… Tutti gli umani sentimenti vengono indeboliti  e giungono persino ad estinguersi  quando si corre agli estremi. “COSI’ L’UOMO NEL SUO TENTATIVO DI ESSERE LIBERO  GIUNGERE AD ESSERE STANCO DELLA LIBERTA'”〉〉.Perciò la  reintegrazione e la ricostruzione di una società deve essere compiuta prima  che tutte le istituzioni crollino, altrimenti si deve ricorrere  alla coercizione sistematica. Inoltre il movimento deve essere arrestato, se può essere effettivamente  arrestato, quando ancora è controllabile, vale a dire  prima della totale  disintegrazione.: A questo si deve aggiungere  che la ricostruzione della società  deve essere compiuta  sulla base  della tradizione. Ciò può suonare come un paradosso ,visto che ciò  che da una rivoluzione  tutti si attendono  è una nuova società ; ma di fatto  non lo è .Il perfezionista  esige  la distruzione totale  e il totale rinnovamento. Ma la società umana ,specialmente quelle altamente  sviluppate ,si fondono sulla Continuità. Per fare grandi centri di conoscenza  spesso sono accorsi secoli. Ogni generazione costruisce  il futuro scegliendo  certe istituzioni ,certe capacità tecniche e certe conoscenze ,che costituiscono  le tradizione , e abbandonando  ciò che è disfunzionale, ciò che non può  in alcun modo  funzionare o ciò che è diverso ,o che  era  sin dall’inizio distruttivo. Un sistema sociale abbraccia  un certo numero di sottosistemi  ed è strutturato  da  istituzioni. Quando attraverso un processo rivoluzionario  una parte delle istituzioni sono eliminate  o distrutte, le altre istituzioni ,devono essere preservate  e mantenute in funzione ,altrimenti l’intera  struttura  sociale crolla. Se una parte dell’istituzioni  sono entrate in crisi ,la società  può funzionare  solo nella misura  in cui le altre istituzioni  sopravvivono e soddisfano i bisogni  quotidiani. imagesX2YTXTTAL’abolizione della schiavitù benché  non sia stata la sola causa della guerra di secessione, ha prodotto  e una guerra civile e una rivoluzione sociale. Ma, mentre l’ordine sociale fu, a causa dell’abolizione  della schiavitù ,profondamente modificato, le istituzioni politiche del governo nazionale, continueranno  a funzionare con efficacia. L’esperienza passata  suggerisce  anche che la ricostruzione  di una società  nelle ultime   fasi del terrore  e della stanchezza ,mentre la disorganizzazione  è molto avanzata , è sempre legata  al passato  e alla tradizione .Infatti ,la leadership rivoluzionaria adotta certe istituzioni  che sono considerate efficaci  ed utili  e che continuano ad essere operativi  anche nella nuova  situazione. Ancora: l’ultima e più importante  opera di Tocqueville sulla Rivoluzione Francese si conclude  che le seguenti parole 〈〈la centralizzazione  amministrativa  era una istituzione dall’antico regime  e non,  come spesso si pensa ,la creazione della Rivoluzione  o del periodo  napoleonico〉〉.Analogicamente l’istituzione  del soviet ,che ha dato il nome all’URSS ,fu introdotta ,in pieno regime zarista ,dalla  Commissione  Shidlorsj. Lo scopo  era quello di isolare  i partiti politici creando  comitati  di rappresentanti  eletti direttamente dai lavoratori .Ogni fabbrica  di un centinaio  di lavoratori doveva eleggere un rappresentante.. E la polizia zarista  incoraggiò le elezioni .Successivamente  l’istituzione  fu riformata  dall’azione  di un Leader menscevico: G.S. Khrustalev-Nosat. I soviet  introdotti durante  la Rivoluzione  del 1905  riapparvero nel 1917 come una notevole forza politica . Per lo sviluppo della società umana ,per lo meno per le nostre società ,è necessario   che si realizzi  una combinazione  di mutamento  e continuità .Il mutamento  senza continuità  è distruttivo, poiché  spinge la società verso forme primitive di esistenza  ed impone il dominio coercitivo  di un’oligarchia  in grado di impossessarsi   del potere. La continuità  senza mutamento  sociale  in una società   moderna ,caratterizzata   dal rapido sviluppo della scienza  e della tecnica ,è difficilmente possibile .Di conseguenza ,il miglioramento delle condizioni della vita umana  in un’epoca  in cui milioni di individui  tuttora  soffrono  la miseria,  in cui la guerra non è ancora sparita dagli schemi degli uomini ,non è realizzabile  senza una sostanziale  mutamento sociale  〈questo sostanziale mutamento sta avvenendo con l’aumento  dei nuovi poveri ,che prima vivevano discretamente e  dall’invasione africana , il menefreghismo dell’U.E. che  le passiamo un  abbondante “pizzo”, senza  ottenere nessun vantaggio economico, sociale e culturale e un domani sicuro per i nostri figli e nipoti〉. Assenza di mutamento  significa  stagnazione  e declino imminente.. Per questo mutamento e continuità  sono essenziali per assicurare  un certo livello  di stabilità  e di sviluppo ,senza i quali nessun progresso  effettivo  è possibile. Questi due principi  devono essere  considerati orientativi  anche in una situazione  risolutoria. Il culto della violenza  di massa  e della distruzione  è un ‘inizio  di regresso esso indica  un improvviso ritorno alla barbarie. Lo sviluppo  della nostra civiltà  è stato caratterizzato  dal rispetto dell’individuo  cui è stato assicurato una sfera 〈〈privata〉〉 di decisione, comportamento e scelta . Il ritorno alla violenza nella politica interna ,alla violenza di massa come mezzo di controllo sociale  significa “dispotismo”, quale  che  sia  cui si richiamano  i “managers” della paura  e del terrore.(tasse esorbitanti scuoia persone che, schiacciano il cittadino .Che  da  paura , terrore, qualche volta morte..).〈〈Rivoluzione totale〉〉 significa 〈〈Potere totale〉〉, e potere totale , a sua volta  ,significa dominio  tramite  la paura e la coercizione  sistematica, distruzione dei diritti  dell’individuo da parte  dell’Elite  dominante . 〈〈〈Il progresso sociale  e intellettuale  dell’uomo  non è una necessità  storica. Al contrario è sempre il risultato  dell’attività creativa  dell’uomo  stesso, dei suoi sforzi ,delle sue lotte e delle sue  anticipazioni .Il progresso è un  principio  guida  e una speranza ;pertanto  esso è un compito  aperto, infinito, mai realizzabile  compiutamente  che esige  continui  sforzi e,  nello  stesso tempo, rispetto  per l’individuo  e la sua libertà.〉〉〉

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( da :Sociologia delle rivoluzioni-L.Pelicani)

IL CONCETTO DI “POPULISMO”

Citazione

Populismo

Il populismo (dallinglese populism, derivato da populist tramite traduzione del russo народничество: narodničestvo) instaura “una relazione diretta, non tradizionale, tra le masse e il leader, che porta a quest’ultimo sia la fedeltà delle prime, sia il loro sostegno attivo nella sua ricerca del potere, e questo in funzione della capacità carismatica del leader di mobilitare la speranza e la fiducia delle masse nella rapida realizzazione delle loro aspettative sociali nel caso in cui egli acquisti un potere sufficiente”.Il populismo può essere sia democratico e costituzionale,sia autoritario: in una società di massa, esso nega o svaluta il ruolo della classe dirigente,esaltando in modo demagogico e velleitario il popolo,sulla base di principi e programmi generalmente socialeggianti

Definizione.La parola populismo può avere numerosi campi di applicazione ed è stata usata anche per indicare movimenti artistici e letterari, dove ha contraddistinto la tendenza a idealizzare il mondo popolare come detentore di valori positivi; ma il suo ambito principale rimane quello della politica.In questi ultimi anni l’uso che i politici e i mass media fanno del termine “populismo” si è significativamente diffuso e viene usato in un’accezione denigratoria di soggetti politici che, criticando le élite ed esaltando “il popolo” come fonte unica di legittimazione del potere, si fanno sostenitori di istanze popolari che però comporterebbero un superamento dei limiti di diritto posti dalla Costituzione all’esercizio del potere politico stesso.Per alcuni tale nozione non implicherebbe un raggiro del popolo (come invece la demagogia) e la sua accezione negativa risalirebbe a fenomeni politici passati che non descriverebbero il significato attuale del termine. Per costoro si definirebbe anche un populismo di sinistra e un populismo di destra con caratteristiche peculiari diverse.Tuttavia per altri, la parola conserva il senso dispregiativo sinonimo di demagogia.In ogni caso, in ambito politico “si assiste spesso a un paradosso: chi grida al populismo galoppante al contempo si ritrova a rincorrere, a inseguire il populismo sul suo stesso terreno”. In questo ambito vi è, poi, chi distingue tra uso del populismo fatto dall’opposizione e fatto dal governo.

FRIEDRICH NIETZSCHE (frasi)

Friedrich Nietzsche

Le frasi più belle di Friedrich Nietzsche

 

Senza musica la vita sarebbe un errore.

Ciò che non mi distrugge mi rende più forte.

Non è la mancanza di amore, ma la mancanza di amicizia che rende i matrimoni infelici.

La follia è qualcosa di raro nei singoli, ma nei gruppi, partiti, popoli, epoche è la regola.

Nessun pastore è un solo gregge. Ognuno vuole la stessa cosa, ognuno è uguale: chi sente in modo diverso, entra spontaneamente in manicomio.

E coloro che sono stati visti danzare erano ritenuti pazzi da coloro che non potevano ascoltare la musica.

Ci sono due diversi tipi di persone nel mondo, coloro che vogliono sapere, e coloro che vogliono credere.

Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male.

Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura.

Tutto quello che noi oggi definiamo immorale, in qualche luogo e in qualche epoca è stato considerato morale. Che cosa ci garantisce che non cambi di nuovo nome?

Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina.

C’è sempre un grano di pazzia nell’amore, così come c’è sempre un grano di logica nella pazzia.

La felicità non ha volto ma spalle: per questo noi la vediamo quando se n’è andata!

Io crederei all’esistenza del Salvatore se voi aveste una faccia da salvati.

Già la parola “cristianesimo” è un equivoco −, in fondo è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce.

Da quando vi sono uomini, l’uomo ha gioito troppo poco: solo questo, fratelli, è il nostro peccato originale!

Dio è morto: ma considerando lo stato in cui si trova la specie umana, forse ancora per un millennio ci saranno grotte in cui si mostrerà la sua ombra.

Non che Tu mi abbia ingannato, ma che io non Ti creda più: questo mi ha scosso.

I due grandi narcotici europei, l’alcool e il cristianesimo.

Dovunque mi arrampichi io sono seguito da un cane chiamato ‘Ego’

Voi che accettate la responsabilità di tutto tranne che dei vostri sogni. Niente vi appartiene più dei vostri sogni.

Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza.

Tutti gli ideali sono pericolosi perché avviliscono e condannano il reale.

I libri per tutti sono sempre libri maleodoranti: vi si attacca l’odore della piccola gente.

Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante.

Chi ha un perché per vivere per può sopportare quasi ogni come.

Un idealista è incorreggibile: se è allontanato dal suo paradiso farà un ideale del suo inferno.

Dietro un uomo che cade in acqua ci si tuffa più volentieri se sono presenti delle persone che non osano farlo.

Se Cristo è risorto, perché siete così tristi? Voi cristiani non avete un volto da persone redente.

Non posso credere in un Dio che vuole essere lodato per tutto il tempo.

In me l’ateismo non è né una conseguenza, né tanto meno un fatto nuovo: esso esiste in me per istinto. Sono troppo curioso, troppo incredulo, troppo insolente per accontentarmi di una risposta così grossolana. Dio è una risposta grossolana, un’indelicatezza verso noi pensatori: anzi, addirittura, non è altro che un grossolano divieto contro di noi: non dovete pensare!

Così mi disse una volta il diavolo: «Anche Dio ha il suo inferno: è il suo amore per gli uomini».

Non può esserci un Dio perché, se ce ne fosse uno, non crederei che non sia io.

“Fede” significa non voler sapere quel che è vero.

Che cos’è per te la cosa più umana? Risparmiare vergogna a qualcuno.

La pancia è la ragione per la quale un uomo non si può considerare un dio.

Falsa sia per noi ogni verità che non sia stata accompagnata da una risata.

L’uomo è una corda tra la bestia e il superuomo.

Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare.

Due cose vuole il vero uomo: pericolo e gioco. Perciò vuole la donna, come il giocattolo più pericoloso.

Tutto nella donna è un enigma, ma tutto nella donna ha una soluzione: questa si chiama gravidanza.

Come? L’uomo è soltanto un errore di Dio? O forse è Dio soltanto un errore dell’uomo?

Dove il popolo mangia e beve, persino dove adora, lì di solito c’è fetore. Non bisogna entrare in una chiesa, se si vuole respirare aria pura.

Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col suo sangue

Avere ragione è una ragione in più per non aver alcun successo.

C’è da dubitare che un gran viaggiatore abbia trovato in qualche parte del mondo zone più brutte che nella faccia umana.

“Dieci volte al giorno devi superare te stesso: ciò procura una buona stanchezza ed è papavero per l’anima. Dieci volte devi riconciliarti con te stesso: perché superarsi è amarezza, e dorme male chi non si è riconciliato. Dieci verità al giorno devi trovare; altrimenti cerchi la verità anche durante la notte e la tua anima è rimasta affamata. Dieci volte al giorno devi ridere ed essere sereno: altrimenti di notte lo stomaco ti disturberà, questo padre dell’afflizione.

Una donna può stringere legami di amicizia con un uomo; ma per mantenerla, è forse necessario il concorso d’una leggera avversione fisica.

Profondità e torbido. Il pubblico scambia facilmente colui che pesca nel torbido con colui che attinge dal profondo.

Ciò che noi facciamo non viene mai capito, ma soltanto lodato o biasimato.

La speranza: essa è in verità il peggiore dei mali perché prolunga le sofferenze degli uomini.

L’amore è certamente tutto, meno che un mezzo di conoscenza.

Il vero amore pensa all’istante e all’eternità, mai alla durata.

Se si tace per un anno, si disimpara a chiacchierare e si impara a parlare.

Non c’è niente da fare: ogni maestro ha un solo allievo, e questo gli diventa infedele perché è destinato anche lui a diventare maestro.

Per la donna, l’uomo è un mezzo il cui fine è un bambino.

Dio creò la donna. E, a dir vero, da quel momento cessò di esistere la noia; ma cessarono di esistere anche molte altre cose! La donna fu il secondo errore di Dio.

Si viene puniti soprattutto per le proprie virtù.

Per vivere soli si deve essere una bestia o un dio − dice Aristotele. Manca il terzo caso: si deve essere l’una e l’altra cosa − filosofo

Si paga caro l’acquisto della potenza; la potenza istupidisce.

Si possono concepire i filosofi come persone che compiono sforzi estremi per sperimentare fino a che altezza l’uomo possa elevarsi.

L’aforisma, la sentenza, sono le forme dell’eternità; la mia ambizione è di dire in dieci frasi quel che chiunque altro dice in un intero libro, quel che chiunque altro non dice in un intero libro.

Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.

Se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti.

Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

La frase più pudica che ho udito: “Nell’amore vero è l’anima che abbraccia il corpo”.

L’intento cristiano di pensare il mondo brutto e cattivo ha reso il mondo brutto e cattivo.

Osare di essere immorali come la natura.

Si comincia con il disimparare ad amare gli altri e si finisce con il non trovare in noi stessi più niente degno di essere amato.

Un uomo di genio è insopportabile, se non ha almeno altre due qualità: la gratitudine e la purezza.

Il pensiero del suicidio è un potente mezzo di consolazione: grazie a esso si superano parecchie cattive notti.

Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.

Le conseguenze dei vostri atti vi prenderanno per i capelli anche se nel frattempo sarete diventati migliori.

Spesso contraddiciamo una opinione, mentre ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa.

La felicità non è fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa.

Un politico divide l’umanità in due classi: strumenti e nemici. Il che significa che conosce una sola classe, i nemici.

Non esistono fenomeni morali, ma soltanto un’interpretazione morale di questi fenomeni.

Nella vendetta e nell’amore la donna è più barbarica dell’uomo.

Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui.

Chi conosce in profondità si sforza d’essere chiaro; chi vorrebbe sembrare profondo alla moltitudine si sforza d’essere oscuro.

Ci sono tre principali gruppi di uomini: selvaggi, barbari inciviliti, europei.

Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità.

Nella solitudine, il solitario divora se stesso. Nella moltitudine, lo divorano i molti. Ora scegli.

Quando, un mattino di domenica, sentiamo rimbombare le vecchie campane, ci chiediamo: ma è mai possibile! ciò si fa per un ebreo crocifisso duemila anni fa, che diceva di essere il figlio di Dio.

“Tutti gli uomini, di tutte le epoche, e ancora oggi, si dividono in schiavi e liberi; perché chi non dispone di due terzi della sua giornata è uno schiavo, qualunque cosa sia per il resto: uomo di stato, commerciante, impiegato statale, studioso.

Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari.

Ama i tuoi nemici perché essi tirano fuori il meglio di te.

La differenza fondamentale tra le due religioni della décadence: il Buddhismo non promette, ma mantiene; il Cristianesimo promette tutto e non mantiene nulla

Chi regala qualcosa di grande non trova riconoscenza, perché chi lo riceve ha già troppo peso nell’accettarlo.

Contro la noia anche gli dei lottano invano.

Il cristianesimo dette da bere a Eros del veleno − costui in verità non ne morì, ma degenerò in vizio.

Dio è morto! Dio resta morto! e noi lo abbiamo ucciso! Come possiamo consolarci noi gli assassini di tutti gli assassini? Ciò che di più santo e più potente possedette finora il mondo fu dissanguato dai nostri coltelli. Chi cancella da noi questo sangue? Con quale acqua potremo purificarci? Quali solenni espiazione quali giochi sacri dovremo inventare? La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, e chi nascerà dopo di noi apparterrà, a causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata fatta finora, qualsiasi storia!

Che cos’è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a sé stessi.

Siamo soltanto noi che abbiamo immaginato le cause, la successione, la reciprocità, la relatività, la costrizione, il numero, la legge, la libertà, il motivo, lo scopo.

La cattiveria è rara, la maggior parte degli uomini si occupa troppo di se stessa per essere malvagia.

Che cosa può soltanto essere la conoscenza? “Interpretazione”, non “spiegazione”.

L’irrazionalità di una cosa non è un argomento contro la sua esistenza anzi ne è una condizione

O risplendente Sole, cosa mai saresti tu, se non ci fossi io, quaggiù, su cui risplendere?

Novantanove parti su cento di ogni ‘creazione’ sono imitazione, in suoni o in pensieri. Furto, più o meno consapevole.

L’esistenza è in realtà un tempo imperfetto che non diventa mai un presente.

Alla fine, tutte le cose devono essere come sono sempre state: le altezze stellari ai cuori elevati, gli abissi ai profondi, ed infine tutte le cose rare per gli esseri rari.

Si corrompe nel modo più sicuro un giovane, se gli si insegna a stimare chi la pensa come lui più di chi la pensa diversamente.

Il serpente che non può disquamarsi, perisce. Così pure gli spiriti, ai quali si impedisce di mutare le loro idee; cessano di essere spiriti.

Non attribuiamo particolare valore al possesso di una virtù, finché non ne notiamo la totale mancanza nel nostro avversario.

Le medesime passioni hanno nell’uomo e nella donna un ritmo diverso: perciò uomo e donna continuano a fraintendersi.

Che cosa è verità? Inerzia; l’ipotesi che ci rende soddisfatti; il minimo dispendio di forza intellettuale.

La Chiesa è esattamente ciò contro cui Gesù predicò e contro cui insegnò ai suoi discepoli a combattere.

Ogni pensatore profondo teme piu’ di venire capito che di essere frainteso.

Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare.

Fate pure ciò che volete, ma siate prima di tutto di quelli che sanno volere! Amate pure il vostro prossimo come voi stessi, ma siate prima di tutto di quelli che amano se stessi!

Il cinismo è la sola forma sotto la quale le anime volgari rasentano l’onestà.

I maestri sono stati liquidati: la morale dell’uomo comune ha trionfato.

Il vostro amore del prossimo è il vostro cattivo amore per voi stessi. Voi fuggite verso il prossimo fuggendo voi stessi, e di ciò vorreste fare una virtù.

Come? Un grand’uomo? Io vedo sempre solo uno che recita il proprio ideale.

La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.

Uno va dal prossimo perché cerca se stesso, un altro, perché vorrebbe perdere se stesso.

Diffido di tutti i sistematici e li evito. la volontà di sistema è una mancanza d’onestà.

Migliorare lo stile significa migliorare il pensiero.

Dove voi vedete le cose ideali, io vedo cose umane, ahi troppo umane.

E che cosa amerò se non l’enigma delle cose?

Comprendo questi popoli africani che vogliono venire tutti soltanto in Italia ..Perché da NOI è tutto GRATIS per LORO.

L’EUROPA “SPALANCA LE PORTE:VIA LIBERA  ANCHE AI “MIGRATI CLIMATICI”.DOVE ARRIVERANNO E SI STABILIRANNO PER SEMPRE ? NATURALMENTE SOLTANTO IN ITALIA PERCHE’ LE ALTRE NAZIONI NON VOGLIONO  NEMMENO I  MIGRANTI NORMALI..POI IN ITALIA C’E’ BUON CLIMA,OTTIMO CIBO (NELLA VIGNA DEI FREGGNONI).Lo ha messo nero su bianco l’Unione Europea:I CAMBIAMENTI CLIMATICI  sono causa  di MIGRAZIONE  e dunque  chi FUGGE  dai “territori funestati  da siccità e desertificazione ha ASSOLUTO DIRITTO ALLO STATUS DI RIFUGIATO. «Una rivoluzione  dell’accoglienza (specialmente in Italia)  che rischia  inesorabilmente  di diventare una bomba atomica umana di grandissima proporzione per l’Europa “ma soprattutto per l’ITALIA):Entro una ventina di anni (io non ci sarò più)UN MILIARDO  DI PERSONE SARA’ IN FUGA A BUSSARE SOPRATTUTTO  IN ITALIA PERCHE’ GLI ALTRI GOVERNI DELL’U.E.NON GLI VOGLIONO  NEMMENO ADESSO.

Ad Agorà il Deputato Europeo Salvini  ha detto:Pochi giorni fa al Parlamento Europeo: HO VOTATO “NO”  PER L’ARRIVO DEI MIGRANTI CLIMATICI IN EUROPA (HANNO VOTATO  “SI” IL PD E IL M5S A QUESTA RISOLUZIONE  DI UNA DEPUTATA DI SINISTRA SVEDESE)

La Signora Littizzetto in Rai: E’ volgare su tutte le sue forme di spettacolo in RAI . STOP alle gratuite VOLGARITA’.

Il Movimento  dei genitori  contro la Comica a “Che tempo che fa”.«Il suo linguaggio e non soltanto questo,non è adatto alla Tv Pubblica. Pagata da tutti gli italiani».6 minuti  per esaminare  il termine “SUCA”.8 Minuti  per discutere  dei sacchetti  biodegradabili a pagamento “CON DOPPI SENSI” su sedani e citrioli. 3 Minuti  per disquisire  sul “BALENGO” .Ha  SUPERATO SE STESSA (purtroppo in termini di volgarità) nella puntata del 7 Gennaio.Sono 15 anni che la stipendiata Rai (da noi),  nel suo siparietto settimanale  “SDRAIATA SULLA SCRIVANIA  DI FAZIO,SPARA TRIVIALITA’ A PIU’ RIPRESE..MOSTRANDOSI ANCHE  UN PO SUCCINTA CHE PER UNA COMICA E’ INUSUALE”. La cara Signora “LUCIANINA” (come la chiama il Signor Fazio),che prende 20Milioni di Euro !! a puntata,per il suo intervento di appena 10Minuti !!  Non possono andare buttati così  meschinamente i soldi  di chi paga il Canone di Mamma Rai TV Statale(o tassa di possesso dell’apparecchio televisivo).-